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Angela Greco, Anánkē

Angela Greco sceglie di intitolare la sua nuova raccolta di poesie, con un chiaro riferimento mitologico alla tradizione classica, a Anánkē, ossia la forza del destino, l’ineluttabilità del fato a cui l’uomo deve necessariamente obbedire, o soggiacere. Questo potrebbe lasciar pensare che l’autrice, rifacendosi a una scuola di pensiero dalla tradizione consolidata che attraversa i secoli, aderisca a un’idea dell’uomo come di soggetto che è sottomesso a una volontà imperscrutabile e superiore che gli impone le proprie scelte, lo relega a un insieme di accadimenti predeterminati per i quali viene privato di ogni potere decisionale. In realtà questa percezione di un destino che si impone e fa valere le proprie ragioni sulla vita dei singoli, questa constatazione di uno «spazio che va restringendosi» vanno circostanziate e riferite alla serie di eventi a cui la raccolta si rivolge e ai quali, con intelligenza, Angela Greco non fa mai cenno esplicito, ma li lascia intuire dalla inequivocabilità delle date che circoscrivono questi versi a quell’anno 2020, a tutti ben noto. Evitare il cronachismo, procedere per allusioni: questo dà consistenza al messaggio poetico, evita di cadere nella retorica. Quindi Angela Greco ci propone una poesia, che non si può ridurre a un diario in versi tout court, ma che è una riflessione profonda e partecipe di una condizione storica che, certo, la riguarda individualmente e che la porta a parlare di sé, ma nasce dal bisogno dell’incontro, perché occorre «rendersi conto che una parte di sé stessi è / l’Altro».

Dalla prefazione di Fabrizio Bregoli

 

Da Del Presente che non resterà

 

1.


Tra morsi e ostie

si aggiungono ore;
lentamente sulla lingua

vanno scomparendo affanni

e profili, case, persone e nuvole

in attesa del maestrale, mentre a pezzi
si arriva a sera, quando la fame

ha un significato differente e

la notte è uno stomaco che

ricorda ogni dettaglio.

 

 

 

 

 

2.


Non lontano da questa mattina

calcinacci bianchissimi a bordo strada,

tra scarti di caramelle e germogli

ostinati, hanno risvegliato il giorno

incuranti dell’asfalto; si procede

per sottrazioni, operazioni lontane

dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia ferite.

 

 

 

 

 

 

 

Da Di quel che forse siamo stati

 

 

1.


Raccogliere frammenti sparsi

tra carte a fine giorno per farne

ancora firmamento che segni

notti di luna nuova sull’onda antica,
che fa vibrare il fiume; sommerse radici
muovono fili verdi in danze di speranza
verso il mare.

Il risveglio macchia l’occhio,

dilatando la visuale oltre il muro

nero di anni e mancate manutenzioni.

Antenne ritte a trafiggere il cielo

sbarrano l’aria agli storditi spettatori

e diviene sempre più impellente il largo,

la deriva del messaggio a cui è stato affidato

il vetro di quel che siamo a sera, oltre la coltre
che ci separa dal resto, nella fioca luce notturna
ancora per poco azzurra.

Un desiderio rincorre quel che resta;

abbiamo abitato un giardino ad oriente

oggi racchiuso in una piccola sfera incerta,

nel dondolio di città plastificate per il ricordo.

Resine colorate in forme più opportune, ricordiamo
l’acqua, soltanto per forma del recipiente che ci ospita.

 

 

 

 

 

2.


Paesaggi senza definizione, lungo le sere scure

di nuvole legate in ricordi, s’attardano tra le dita,
che battono parole dal respiro difficile, quasi asma,
lotte e resistenza in questa terra masticata male.

Piani in discesa segnano l’andamento del giorno;
sull’ultimo passo avanza un’ipotesi di gioia, un

dubbio che possa tornare un segnale minimo di luce.
S’accende così un azzurro inatteso; una sfumatura, che
risalta lineamenti lontani, – disegni di battaglie e di alghe,
nastri danzanti ancorati in un punto preciso – il mare.

Il freddo stupidisce le mani; ripenso allora al tuo petto,
di notte, poggiato contro l’intermittenza degli eventi.
Diventa difficile tacere su questo incessante tumulto
dalla magnitudo distruttiva eppure così saldo per fragilità
nascoste sotto l’intrico di radici, che nel tempo ha formato
un’isola. Come posso dire quel che accade, nonostante tutto?

 

 

 

 

 

 

 

Da Siamo fatti della stessa sostanza

 

Vetro soffiato

Avvolti in questa evocazione d’oriente,

blu, stelle e oro al bordo d’una ritrovata sera,

tra il tuo respiro e la mano a carezzare

la frattura tra il giorno e il sogno. Prendiamoci

in questo momento, non più tardi di adesso,
sospesi tra il grecale e l’arrivo della neve,

al caldo buono della tua voce, che ridimensiona
distanze e dilata luoghi, luci e desiderio.

Di ogni parola faccio una sfera di vetro soffiato
per leggere in trasparenza destino e risposte

a questi segni scomposti dalla gioia d’averti ritrovato
dopo i giorni forzati della festa, degli addobbi

e dell’assenza.

 

 

 

 

 

 

 

Da Ineluttabilità

 

1.


Inevitabile.

Non il destino, tu.

Necessità, bisogno: a n a n k e,

ma delle tre Moire nessuna notizia.

Siamo nel tempo precedente.

In formazione.

Prima del tempo che (forse) conosciamo.

No, nessuna speculazione filosofica (sorridi).

Parliamo. Di poesia, magari. Di te, che

della poesia sei la parte più bella e difficile.
Arriverà un giorno in cui non scriverò più,

perché avrà avuto la meglio questo dolore

che oggi mi tormenta le dita a pezzi, la mano destra,
in una nuova difficoltà.

Fino a quel temuto momento lascia che dica di te.
Scorrono pensieri nascosti, nuovi, forse ritrovati
nei cassetti che scalano i corpi di Dalì, molli
orologi, che si sciolgono in un cambio di cielo.

a n a n k e risuona in questi g
Aspetto

di sentire ancora la tua voce di iris e Murge,
tra opposti versanti di cuore.

 

 

 

 

 

 

 

Da Mise en abyme – “collocazione nell’abisso” (2020)

 

3.


Il primo giorno dopo la domenica
nemmeno l’angelo ha voglia di partecipare;
la primavera si fa giorno già lontano.

In quale stagione siamo?

Voli d’uccelli confusi dicono che
ieri abbiamo lasciato qualcosa,

in un luogo che non è più lo stesso.

Oltre il vetro di questa finestra,

il sole accenna un momento di luce;

o, forse, è l’illusione di quel che eravamo.

Il risveglio è stato una croce e
una falce di luna, una C, che

ci accomuna tutti: come stai?

è la prima domanda del giorno,
nell’attesa di un’altra alba;

è atto di sopravvivenza,

in questo tempo senza tempo, dove
manca quel che si credeva di conoscere.
Ti porta per mano verso un nuovo luogo;
la penna segna passi nell’assenza.

 

 

Da Ad altri noi (in divenire)

 

1.


Si vive senza punto di domanda
abbarbicati ad una falesia

di cui non si conosce la fragilità;
l’assenza del dubbio

è riferita all’aver sbagliato qualcosa.
«Dove posi lo sguardo diventa poesia», dici.

Non credere sia bello, questo continuo
fronteggiarsi di antitesi, che stancano l’occhio.
Manca il sole stamattina e i capelli

non hanno perso la piega

nonostante la notte agitata.

 

 

Da Attese (nel mentre)

 

5.


Un intrico di vie segnate dall’acqua,
qualcosa torna, qualcuno non più;
una foglia abita ogni cielo d’inverno.
Sono una lunga notte senza riposo,
le idi di dicembre.

Due volte oggi il sole è sorto,

tra le ombre di un giorno di spine;
dimenticati petali abbiamo riso

del vento giocoso di nostre chiome
innestate a pensieri sbilenchi. Eppure,

è accaduto. Di smemorato azzurro
riempite tasche di sassi pazienti e

un abbraccio improvviso; colombe,

in volo su briciole secche, a raccontare
questo quasi inverno. Ancora una volta
ritorni tra disabitate strade, che curvano
tra precipizi e peripezie, punto di fuga
in cui converge l’atto estremo

della mia sopravvivenza.

 

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015 – segnalato al XXIX Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano sez. Opera Edita); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico dell’autrice e di Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017 – 3° classificato ex aequo al Premio Internazionale Patria Letteratura 2017); Correnti contrarie (Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa e disegni di Angelo Bruno); Arcani (Achille e la Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, finalista al Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi 2020).

Le sue poesie sono incluse in numerose antologie nazionali ed internazionali, riviste letterarie, siti e blog. È ideatrice e curatrice del Lit-blog Il sasso nello stagno di AnGre (http://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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