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Angelo Ferracuti a Ferrara

Qualche giorno fa, scrollando cose nella mail box, mi scorre davanti l’invito alla presentazione di la metà del cielo di Angelo Ferracuti alla libreria Feltrinelli di Ferrara. Penso che sarebbe davvero bello andare a Ferrara a sentire. Poi mi ricordo che Ferrara è la città dove al momento sono ormeggiata e che la Feltrinelli si trova a due passi dalla mia zattera. Tolgo il condizionale, ma… è dai tempi degli Estensi che non vado alla presentazione di un libro. Ci penso un po’. Mi convinco che riuscirò comunque ad arrivare in ritardo. Ma più di tutto devo ringraziare l’autore.

Qualche anno fa stavo facendo delle ricerche su Luigi Di Ruscio. Fu Christian Tito a consigliarmi di scrivere ad Angelo Ferracuti. Non pensavo che mi avrebbe risposto. Invece m’inviò materiali, indicazioni, dritte, fotografie inedite e preziose. Fui sorpresa da quella gratuità. È raro incontrare una persona che somiglia a quello che scrive. Un po’ come Di Ruscio.

Luigi Di Ruscio e Angelo Ferracuti

Volevo scrivere della non-presentazione ferrarese di la metà del cielo di Angelo Ferracuti e ho iniziato parlando di Christian e Luigi (che adesso saranno insieme da qualche parte, con Luigi che cuce pesanti cappotti, e Christian che ride da matti). Forse perché Ferracuti per primo non dice mai IO Io io, ovvero, anche quando lo dice è in realtà sempre anche un noi dietro cui sparire. L’autore si racconta soltanto in relazione agli altri, al mondo, all’impegno, alle vicende storiche del tempo, osservati con lo sguardo vorace del cronista (che è anche quello del poeta), attento al dettaglio esteriore come proiezione del paesaggio interiore delle persone con cui ha a che fare, dalle quali si lascia parlare. Nella sua scrittura il destino del singolo s’intreccia sempre con la realtà che lo circonda, con la cronaca, la situazione socio-storica, la temperie culturale, il meteo, pure, e non solo quello interiore.

Stanco di storie immaginate, affamato del vero, l’autore ha deciso di essere il più possibile fedele al quotidiano. Il risultato è una scrittura che coniuga la curiosità, la precisione descrittiva, l’esattezza e l’attenzione del giornalista (vero) per il particolare con l’immediatezza e profondità di visione che è tipica della poesia, linguaggio potenziato del reale e finestra sull’oltre su cui affaccia la metà del cielo. In questo memoir l’autore rifugge la fiction per scrivere la propria storia “quasi vera”, cioè quello che i capricci e i dispetti della memoria e il fallimento insito nella parola gli permettono di ricostruire nel corso di un doloroso lavoro di anni, di cui scopriamo che la metà del cielo è solo quella sopravvissuta ai tagli inflitti alla materia originaria per tracciare l’orizzonte dell’essenziale.

Sandro Abruzzese e Angelo Ferracuti

Tra le pagine passato e presente sono vasi comunicanti, come ciascuno di noi è la somma di quello che è stato e di quello che sta diventando, alla confluenza di ieri e oggi nello specchio fluido in cui ci riflettiamo, più o meno distorti, per poi metterci a fuoco, disfarci e ricomporci. Eppure nella metà del cielo non c’è traccia di auto commiserazione, né postura eroica nel dolore. Lo diresti un libro scritto a freddo, dopo che tutte le lacrime sono state versate e gli occhi sono ormai greti asciutti, quando la ferita ha smesso di bruciare e le dita seguono alla cieca i nodi della cicatrice per risalire alla sorgente del sentire, nella consapevolezza di essere ormai (quasi) al sicuro, sul ciglio dell’abisso, a guardarlo smarriti, non più dilaniati, con la cauta incredulità lasciata da un incubo dissolto. Invece scopriamo che nella metà del cielo la memoria si fa scrivendosi, gettando sulle rovine nuove le fondamenta per la ricostruzione: Ferracuti ne ha iniziato la stesura quando era ancora immerso nella notte senza appiglio, là dove il dolore è tanto vasto da non riuscire più a tracciarne i confini per individuarsi al suo centro, e il buio tanto denso da acuire lo sguardo, lasciandoti attonito a vederti dall’esterno. Come quando un amore assoluto, un amore di vent’anni o venti secoli muore, e bisogna fare meccanicamente tutto quello che si deve. Anche se gli altri si aspettano più evidenza nel dolore, una sofferenza almeno un poco più teatrale, forse qualcosa di esemplare di cui parlare.

Il male annichilisce fino al silenzio, un “senso enorme di sfinitezza” fa la naturale cernita degli interlocutori. Nel dolore i giorni si trascinano, sfociano e scorrono l’uno nell’altro in un flusso continuo. Come pietre ci si lascia portare, si smarriscono i dettagli, le scansioni, la grammatica delle singole azioni, la cronologia del proprio passato. Solo più tardi riemergono ricordi sparsi, episodi, fatti di cronaca, lettere, dettagli, cartelle cliniche, lacerti di una quotidianità interrotta. Per ricostruire la propria esistenza e capire cosa si è diventati, è prima di tutto necessario ripercorrerne, con coraggio, le tappe, individuandole nel flusso uniforme già scorso, riaprire “la scatola nera, il quid, il bit, una voragine, le cascate del Niagara, il Nilo intero, tutta la geografia delle mie antiche disperazioni” (p. 49). In questo coraggioso tuffo nel passato Ferracuti non si risparmia, non indossa l’abito buono, ma traccia di sé un quadro fedele, anche nel degrado e nell’abbandono. L’autore si lascia scrivere e descrivere dalla relazione che intrattiene con l’altro – nel presente o nel ricordo, nell’assenza o nella fugace apparizione, fosse pure in radio o al telegiornale –, lascia che siano gli avvenimenti e i volti a raccontarlo e le sue reazioni: alle notizie di cronaca, alla “piccola città”, alle città più grandi. Forse è per questo che durante la presentazione di la metà del cielo non ha propriamente presentato il libro, ma ne ha scritto l’altra metà, seguendo le suggestioni dei presenti, forse anche gli sguardi, lasciandosi guidare dalle loro curiosità, per disegnare con le mani nell’aria un’altra storia, tra tempestivi intermezzi musicali gentilmente offerti da un musicista di strada all’esterno della libreria e latrati intermittenti di cani in lontananza, a colonna sonora dei momenti di maggiore intensità, in un tripudio di coincidenze. Sembrava una conversazione tra amici, più che una presentazione, e due ore sono volate via come niente.

Ferracuti ha parlato della provincia in cui vive, che è la stessa della metà del cielo, la stessa di ogni dove, di ogni quartiere e di ogni raggruppamento umano, compresa la grande provincia virtuale che tutte le raduna e moltiplica, tra odi giurati e occasionali, invidia sociale e casuale, e sontuosi abiti di scena – spesso troppo stretti o fuori taglia – cuciti addosso a ciascuno degli attori. È la provincia dove “ti contano i passi”, dove tutti credono di sapere tutto di tutti e meno sanno più inventano, nella grande fiction collettiva che spesso fa di te il ‘mostro’ che ti precede.

Ferracuti ha parlato della sua esperienza di cronista in Brasile e della politica criminale di Bolsonaro, di viaggi fatti e viaggi da fare e dell’insofferenza di restare. Ha ricordato episodi di cronaca inscritti in modo indelebile nel nostro cuore, come l’omicidio, avvenuto il 5 luglio del 2016, del migrante nigeriano Emmanuel Chidi, reo di avere reagito alle offese rivolte da Amedeo Mancini alla sua compagna. In quell’occasione – in tempi non sospetti – Ferracuti si mise dalla parte della vittima, guadagnandogli l’odio di tanti suoi compaesani per avere infangato il ‘buon nome’ della provincia. E via così, di parentesi in parentesi, dal passato al presente al passato al futuro, senza mai perdere il filo, come in un’altra metà del cielo.

Da ultimo, perché restasse per primo, il discorso è caduto su Luigi Di Ruscio, le cui opere narrative oggi sono edite da Feltrinelli. Ferracuti non vedeva l’ora di parlarne, l’occhio già gli brillava d’affetto e stima per l’uomo, per lo scrittore. Io ho sentito che – vuoi per un colpo di vento o uno squillo stonato di tromba o una lente a contatto ribelle – avevo dell’acqua tra le ciglia. Ma Luigi è subito riuscito a farci ridere tutti, anche chi non lo conosceva.

Prima di avviarmi all’uscita, ho preso il libro, ho letto la quarta: “Le confidai che l’unica cosa in cui pensavo di non avere fallito in tutta la mia vita era stata quella di proteggere mia moglie nel periodo della malattia, accompagnarla verso la morte.” Poi l’ho aperto a caso, poco prima che a metà, e non a caso c’era scritto: “Luigi era rimasto quello che avevo incontrato nella piccola città durante i suoi fugaci rientri: camicia militare, tascapane a tracolla.” (p. 83). Ed è già un altro mancato fallimento. Poi ho chiesto all’autore di firmarlo, o forse l’ho soltanto aperto. Gli avrò detto grazie stavolta? Uscendo ho sentito che alcuni dei partecipanti parlavano di Di Ruscio. “Di Rusio?” “No, Di Ruscio, Di Ruscio”, “È la S che ti frega”. Chissà, forse adesso cercheranno anche qualcosa di suo.

Tornando a casa la provincia era un po’ meno aliena, la letteratura non solo “parole morte che appartenevano ai giorni andati.”

“Forse l’unico rifugio era nella fuga, stare ovunque e da nessuna parte”, ho pensato. Nella notte l’ho ritrovato scritto nella metà del cielo.

Chiara De Luca

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