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Claire Askew. High School/Scuola superiore

High school

Better than the fractions like weird pictograms
better than Othello’s major themes, the queens
and kings of Scotland down the years,
titration, verbs in conjugation tables
you can still recite – the sound let out
before the thought’s complete – Je suis.
Tu es. II est. Elle est. What you learned best
was the fact of your disgustingness.

How vile you were. Your every flaw:
the monstrous, speckled thighs that brimmed
from gym shorts, ringed with red elastic welts
and howled down in the changing rooms.
The shoes: too flat, too high
you slattern, too gum-soled and scuffed,
or not enough. The hairstyle that your Mum
still cut; your Mum; the blush of rage

or shame that spread routinely up
your neck. Your ugly neck. Your neck,
never adorned with friendship beads or later,
hickies. Your score of same; of love notes
passed to you in class, slow dances, gropings,
fucks – all zero – kept with everyone’s for broadcast
in the midst of something good, the way
a dying rock star breaks the evening news.

It’s women who learn first the throw that hurts,
the way to really wound your fellow girl,
the soft parts where it doesn’t show
and cannot heal. How did these blue-eyed whippets
learn so much of power and spite in years
you’d spent just grooming dolls and waiting,
fanning gravel out behind your bike’s
bald, beaded, tinkling wheels?

The worst thing: they believed it all,
the tiny hierarchies built and smashed
at rum-and-cola parties you were never party to.
They thought that life would always hold
the door for them, or for their looks, their smart
high-kicks – did it matter which? – and you’d always be
some chubby joke. You believed it too.
The softest part of you believes it now.


Claire Askew

Scuola superiore

Meglio delle frazioni come strani pittogrammi,
meglio delle gravi tematiche di Otello, le regine
e i re di Scozia nel corso degli anni,
titolazione, verbi in tavole delle coniugazioni
che sai ancora recitare  – il suono abbandonato
prima che il pensiero sia completo – Je suis.
Tu es. II est. Elle est. Ciò che hai imparato meglio
è stata la tua sgradevolezza certa.

Com’eri vile. Tutti i tuoi difetti:
le mostruose cosce maculate traboccanti
dai calzoncini: cerchiate di rosso dagli elastici
e derise di gusto negli spogliatoi.
Le scarpe: troppo piatte, troppo alte
tu sciattona, troppo gomma-suolata e strascicata,
o non abbastanza. Il taglio di capelli che è tua Mamma
a farti ancora; tua Mamma; la vampata di rabbia

o vergogna che ti risale di routine
lungo la gola. La tua brutta gola. La tua gola,
mai ornata di collanine dell’amicizia o in seguito,
succhiotti. Il tuo punteggio in parità; in biglietti d’amore
passati a te in classe, balli lenti, palpeggiamenti,
scopate – zero – tenuto per trasmetterlo a tutti
nel mezzo di qualcosa di buono, come una rock star
che muore è la novità del TG serale.

Sono le donne a imparare per prime il tiro che fa male,
il modo in cui ferire davvero le compagne,
le parti tenere dove non si vede
e non può guarire. Come hanno fatto questi whippet dagli occhi azzurri
a imparare tanto potere e sprezzo negli anni
che tu spendevi pettinando le bambole e aspettando,
alzando la ghiaia dietro le ruote gonfie e ornate
di perline tintinnanti della tua bicicletta?

La cosa peggiore: a tutto questo credevano,
alle minuscole gerarchie fatte e disfatte
ai party a rum e cola cui non prendevi mai parte.
Credevano che la vita avrebbe sempre tenuto
la porta per loro, o per i loro sguardi, i loro sagaci
calci alti – importava quali? – e tu saresti stata sempre
una specie di sgorbio paffuto. Lo credevi anche tu.
La parte più tenera di te lo crede ancora.

 

Traduzione di Chiara De Luca

 

Da Questo cambia le cose. In uscita per Edizioni Kolibris

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