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Director’s Cut (video)

 

da Il grande porco, diario di quarantena

Sangue cola dalle labbra livide e pezzi di carne, brani del suo corpo, vene di pensiero, tutte le viscere dell’opera strappate e masticate tra le fauci sdentate di bocche fetide abituate ad azzannare il piccolo, il povero, l’indifeso. I loro volti sono teschi corrosi e intaccati dal lavoro del tempo. Pezzi di pelle marcia ne ciondolano ancora in strisce sottili essiccate Le loro risate alte sono il cigolio del treno passato sull’ultimo suicida. Ne raccolgono ancora i pezzi tra le rotaie dopo il volo. È gente perbene, tipicamente. Violenti, cinici, bugiardi. Gli occhi cavi emettono lampi accesi di sangue. Hanno venduto troppo prima l’anima al pingue Demonio versificatore. Anima e corpo. Le pance sono protese come un’escrescenza tumorale sullo scheletro scarnificato e un tubero di carne resta tra le gambe. Da sotto le pance le estremità inferiori trapelano appena, sottili, deformi, contorte in un arco. Le ginocchia fanno una croce bitorzoluta. I piedi sono zoccoli di cornea sostanza. Untori di Dr Morte, becchini delle ultime speranze, i boia incedono a piccoli passi zoppicanti, emanando respiri graffiati come rantoli di morte. I fedeli intellettuali sono stregati dalle liriche menzogne. Lo seguono come topi il Pifferaio dell’Abisso dell’orrore. Uomini e donne strisciano ai piedi di dr Morte, sbavano, ne chiedono ancora. La saliva goccia dalle loro bocche contratte in una smorfia. Vogliono carne d’agnello, lana bianca. Da anni non hanno sentire. Lo cercano tra le pagine di libri corrosi. Grigi, rinsecchiti, ingobbiti, con le pance da vino mendicano un piccolo prurito da grattare, un poco di vita da sbranare e poi manducare con indolenza bovina. Hanno dimenticato la luce del Sole. Abitano un buio perfetto, illuminato solo dalla gioia breve del Male. Vermi fuoriescono dalle orbite, forano i poveri resti degli occhi che ebbero. Appesi per l’estremità inferiore, penzolano urtando le guance cascanti in pieghe larghe e fetide, dove si conservano i resti di un precedente banchetto. Sono gli Alfieri della Cultura. Si muovono in piccoli branchi, coordinati in sterminate legioni in grado di materializzarsi all’istante attorno alla preda, ovunque abbia cercato riparo, invano.

[…]

Smettere di mangiare è l’unico modo per liberarsi dalla libidine assassina del maschio, fuggire il suo sguardo carnefice, assetato di morte. Sono a buon punto, posso contare le costole che mi tagliano la carne se mi stendo di lato. Svanirò dentro questa gabbia e ne uscirò come cenere tra le sbarre per disperdermi nel vento livido della Birkenau padana, libera finalmente. Dopo una vita di persecuzione e di torture. Espiare: il crimine di essere stata generata. L’errore di essere donna. L’orrore di esistere come un bersaglio vagante. Da sempre. La maledizione del corpo

[…]

I nemici sono ovunque anche in casa. Il loro odio mi annega. Tutto è buio nell’asfissia dello sguardo. Mi aggiro per le stanze camminando sul sangue di agnelli sgozzati. Freddo sotto le piante dei piedi schiacciando i piccoli cadaveri distesi. L’umano è all’apice dell’orrore che coltiva. Il branco ha la mente iniettata di sangue. Ti hanno tolto nome e destino. Dr Morte è il boia collettivo legittimato allo sfregio.

Di nuovo esco nella città infanticida di allora.

Non dovevi tornare. Ti hanno messo nella gabbia per morire. A ogni uscita c’è una falce. Ne cola il tuo sangue come un memento del poco tempo che ti rimane.

Mandano in onda il morire. Sei privata di ogni diritto elementare. La didattica vuole: insegnare la sopraffazione. Nientificazione esemplare.

Nell’arena della rete sono tutti in attesa. In mano la moneta per il Boia.

Il tempo passa lento in quarantena. L’impazienza aumenta negli automi umani. Hanno rinunciato ogni ragione. È loro concesso di sbranare un essere che gli hanno detto non essere umano. Senza timore di punizione. Non hanno mai avuto memoria della storia.

Non c’è legge né tutela. In divisa soltanto un altro boia.

Agli obbedienti è offerta distrazione. Un balsamo per il virus della noia. Così è solo dell’altro il finire.

Gli avvoltoi sono al lavoro sui giornali di buonora. Cercano nuovi spettatori, carnefici sodali.

La cultura ha eletto Dio della terra Dr Morte. Il grande porco si gode lo spettacolo dall’altro. Le pasticche degli occhi galleggiano nei cerchi di pelle delle orbite cascanti. I cerchi si allargano sotto il sasso dello sguardo fino a raggiungere le guance. La peluria rada sul cranio è lanugine nel vento di morte, fili sottili raccolgono la cenere. La testa s’incassa caduta nel busto grosso da tenere tutti gli scheletri del branco. Il bubbone del ventre lievita imponente come una montagna sul punto di franare sulle gambe storte a reggere da sole tutto il peso dell’orrore. Lo scettro tra le gambe, ai piedi sandali da santo, intrisi di sudore e sangue degli uccisi. I sopravvissuti a stento al Centro contrano i morti dell’ecatombe di giovani vite troppo tardi fuggite da poterle salvare. Li ho visti tutti svanire. La Setta continua a prosperare, spegne nel sangue i sogni delle giovani leve, nel silenzio ogni dissenso.

Senza domani

Hanno preso mio figlio in embrione: i miei ricordi, la mia storia, il sacro degli animali, il segreto della gioia. L’hanno preso e fatto a pezzi e gettato tra le fauci degli squali. Che sui tombaroli gravi la maledizione. Che nessuno sopravviva alla violenza e ognuno sia parte organica di questo massacro cieco. Sia mai stato. Che di tutto resti il vuoto. Tombe aperte e cadaveri da derubare per i corvi delle notti d’estate che non avremo. Che facciano giustizia i vermi, rimangino e ricaghino il Divino bolo, fatto pastura per maiali. Che le mie parole tornino terra e concime

[…]

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