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Dylan Thomas, due traduzioni con note critiche

Con questo articolo inauguriamo una nuova rubrica di traduzione

a cura di Mattia Tarantino.

Dylan Thomas. Due traduzioni con note critiche

Articolo originariamente apparso su Menabò – Quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria (Terra d’ulivi edizioni, n°2, giugno 2019)

 

This bread I break

Le cose del mondo non nascono nell’istante in cui le vediamo. Dobbiamo essere consapevoli della chimica dell’invisibile, delle forze che agiscono nella materia, fin dentro la carne, a cui noi possiamo solo partecipare: non ci è consentito sedere a capotavola, specialmente se è il tempo che ha organizzato il banchetto.

Nell’istante in cui il nostro corpo si separa da quello di nostra madre veniamo al mondo. A un mondo che già c’è; pronto per accoglierci o respingerci, a seconda dei destini che costruiamo. Dylan Thomas ne è cosciente. This bread I break was once the oat, scrive: Questo pane che spezzo una volta era avena. Una volta, ovvero un tempo, e mai più. Thomas non si limita a constatare che ciò che era un tempo ora non è. Va oltre, comprende che ciò che è può essere solo se prima è stato. Non c’è, per lui, un principio senza principio. Arriva con l’intuizione a quello che i presocratici avevano dedotto con fatica: il principio e l’origine sono due affari separati. Il primo è il punto fermo da cui le cose si susseguono; la seconda si rinnova perpetuamente, è un atto erotico: desidera non finire e, quindi, desidera costantemente. Thomas lo osserva, ne prende atto, e con l’analogia arriva alla carne: This flesh you break, dice.

Le cose esistono da prima di noi, questo è certo. Meno certo è che ci sopravvivano, che esitano nonostante noi. Se, infatti, un tempo [ … ] l’avena stava allegra nel vento, poi venne l’uomo. E l’uomo spezzò il sole, abbattè il vento. Dall’uomo lo sguardo del poeta si riduce. Arriva all’intimo, al prossimo. Dà del tu, e la sua lingua fa auto-nomia: obbedisce alle leggi che essa stessa crea. L’analogia, lo scoppio, la visione: se le cose che esistono erano prima di noi, chi puo’ dire che non siamo stati ingannati? che ciò che ora chiamiamo uva, nominandola e quindi rendendola altro-da-noi, un tempo non avesse il nostro stesso sangue? This flesh you break, this blood scrive Thomas, erano infatti oat and grape.

 

This bread I break

This bread I break was once the oat,
This wine upon a foreign tree
Plunged in its fruit;
Man in the day or wine at night
Laid the crops low, broke the grape’s joy.

Once in this time wine the summer blood
Knocked in the flesh that decked the vine,
Once in this bread
The oat was merry in the wind;
Man broke the sun, pulled the wind down.

This flesh you break, this blood you let
Make desolation in the vein,
Were oat and grape
Born of the sensual root and sap;
My wine you drink, my bread you snap.

 

Questo pane che spezzo

Questo pane che spezzo una volta era avena,
questo vino su un albero straniero
precipitava nei suoi frutti;
l’uomo di giorno o il vento a notte
piegò i piccoli raccolti, spezzò la gioia dell’uva.

Un tempo in questo vino il sangue dell’estate
bussava nella carne che addobbava il vigneto,
un tempo in questo pane
l’avena stava allegra nel vento;
l’uomo spezzò il sole, abbatté il vento.

Questa carne che spezzi, questo sangue che lasci
rovinare le vene, erano avena
e uva, nate
dalla lussuria della radice e della linfa:
bevi il mio vino, rompi il mio pane.

Love in the asylum

Dei fenomeni che attraversiamo e che ci attraversano indaghiamo la natura che li costituisce più che il luogo in cui si trovano. “Cos’è questo?” ci chiediamo e raramente, invece, “Dov’è?”. Dylan Thomas cerca di far combaciare le cose: Love in the asylum, scrive, Amore in manicomio. Il manicomio, però, non è solo il luogo in cui si svolge la vicenda: è la profezia. Un amore di manicomio sarà un amore di depravazione e di delirio, di dolore e frenesia. Per lo meno nell’immaginario delle nostre società, dove trovarsi al cospetto di questo titolo provoca, nella maggior parte dei casi, una semantica di immagini colma di depravazione e insensatezza, forse di pietà. Thomas, però, non dice cosa sia folle. Non dice cosa sia la follia, né chiude la complessità del termine in una parola. Ciò che non ha termine, d’altronde, è proprio ciò che non ha parola. L’estranea che arriva nella stanza è A girl mad as birds, folle come gli uccelli. Non è dato sapere perché gli uccelli siano folli: è scritto, è il primo anello della similitudine e, quindi, è vero. Poi la ragazza depreda gli uccelli, coincide con loro, perché spranga la porta with her arm her plume. Nessuna congiunzione tra gli arti, nessuna giuntura, né di ossa né di grammatica: l’accumulazione di questi versi è tale che bisogna cadere nella dis-soluzione: allora la ragazza inganna la casa, inganna la stanza. Anche questa volta, non si sa in cosa consista l’inganno: è un sortilegio segreto, un sortilegio di cui il poeta è stato spettatore e che il verso non sa restituire. She sleeps in the narrow trough yet she walks the dust. Yet, ancora. È stato prima e continua a essere, è stato con consuetudine. Ma lei, che cammina sulla polvere, lei che farnetica, è anche lei che innamora. Così il bardo, l’Isaia ubriaco del Galles, parla della visione, della first vision that set fire to the stars. Non dice quale sia, non dice come arrivarci: a noi sta solo capire che, tra le braccia e le piume di questa donna, ciò che è stato visto di così antico e terribile può essere finalmente espiato. Per comprenderla, fosse anche solo per intuirla, dobbiamo giocare. Giocare a indovinare.

 

Love in the asylum

A stranger has come
To share my room in the house not right in the head,
A girl mad as birds

Bolting the night of the door with her arm her plume.
Strait in the mazed bed
She deludes the heaven-proof house with entering clouds

Yet she deludes with walking the nightmarish room,
At large as the dead,
Or rides the imagined oceans of the male wards.

She has come possessed
Who admits the delusive light through the bouncing wall,
Possessed by the skies

She sleeps in the narrow trough yet she walks the dust
Yet raves at her will
On the madhouse boards worn thin by my walking tears.

And taken by light in her arms at long and dear last
I may without fail
Suffer the first vision that set fire to the stars.

 

Amore in manicomio

Un’estranea è venuta
a condividere la mia stanza in questa
casa assurda, una ragazza
folle come gli uccelli

che spranga il buio della porta col suo
braccio, con la sua piuma.
Stretta nel letto aggrovigliato inganna
la casa a prova di cielo lasciando
che entrino le nuvole.

Poi inganna camminando la stanza
da incubo, vasta
quanto i morti, o cavalca
gli oceani immaginari delle corsie maschili.

Venne invasata
colei che permette dal muro rimbalzante
esca una luce ingannevole.
Posseduta dai cieli

dorme nell’angolo e ancora cammina
sulla polvere, e ancora
farnetica la sua volontà
sul confine del manicomio reso esile
dalle mie lacrime che marciano.

E preso dalla luce tra le sue braccia, alla lunga
e cara fine, io posso
senza cadere
patire la prima visione che incendiò le stelle.

Dylan Thomas (1914 – 1953) è stato un poeta gallese.
Ha pubblicato diversi volumi in poesia e prosa, e alcuni pezzi teatrali.
Considerato l’ultimo dei poeti maledetti, data la sua precoce morte attribuita a un’intossicazione alcolica, ha dato alle stampe in vita 18 Poems (1934), 25 poems (1936), The World I Breathe (1939), The Map of Love (1939), Portrait of the Artist as a Young Dog (1940), Deaths and Entrances (1946), Collected Poems 1934-1952 (1952) e The Doctor and the Devils and Other Scripts (1953). Sono postumi, invece, Under Milk Wood, Quite Early One Morning, Adventures in the Skin Trade, A Prospect of the Sea and Other Stories and Prose Writings, A Child’s Christmas in Wales, Letters to Vernon Watkins, Rebecca’s Daughters e Selected Letters.

In Italia è apparso per la prima volta nel 1949, sulla rivista Botteghe Oscure, con la poesia Over Sir John’s Hill.

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