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Eleonora Rimolo, La terra originale

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Quella di Eleonora Rimolo è una poesia che non abdica alla poesia. Non rinuncia alla minuziosa ricerca della tensione di ogni singolo verso, prestando un’attenzione ostinata al ritmo e alla musicalità di ogni componimento. La sua è una voce che tiene di pagina in pagina la trama della storia, intessuta di toni e leit motiv ricorrenti, che fanno di “Terra originale” il viaggio di libro, più che la scampagnata di una raccolta.
Oltre alla cura formale e all’uso sapiente degli enjambement, oltre al coraggio di addentrarsi nella materia del dolore e al dono di sfiorare quella della gioia, oltre all’intensità dei temi, e alla maturità nel trattarli, di Eleonora Rimolo colpisce la cura per ogni singolo verso, spia di un paziente lavoro di cesello, che mira a spogliare la parola poetica dell’inessenziale, per lasciarla vibrare.
Ho fatto una piccola scelta di gusto, ma non c’è in “Terra originale” un solo componimento tecnicamente inferiore o meno efficace di un altro. Non c’è nel quadro cedimento della visione, né calo d’intensità del sentire.
 
Chiara De Luca
 

I maestri insegnano in silenzio
quando la sera viola svuotata
rincorre tra le nuvole lo spazio
sporco delle rotaie e dietro siede
il nemico, ed io prego che resti
per riscrivere le lezioni perdute,
per il lupo che divora in tutte
le direzioni raggiunto dalla fame,
perseguitato dalla pulce, sconfitto
da un timido sonno straniero.

 

 

 

 

Dalle carcasse dei gatti lasciate
nella cenere di questi disastri
sale un fumo di arancia rossa
amarissima, riconosciuto veleno:
forse la ricorderemo questa strage
nella malattia, come non sai se di gioia
o rabbia o noia piangono abbracciati
quei due seduti avvinghiati
sopra la panchina, dietro il campanile,
mentre ci avvolge tutti la stessa nube
rubina, l’uguale sorte tremenda.

 

 

 

 

I viali esposti alle luci dei fari
come lunghi manuali dell’attesa:
girarci attorno era ridurre il cerchio
ad un’orma, avere ancora una scelta
perché con l’ansia indecente del ritorno
noi dobbiamo vagare, dobbiamo tornare
in cerca della casa originale,
della prima cellula essenziale.

 

 

 

 

Nebbia

Prego la terra, questa nostra terra
che trafiggo coi pugni chiusi per possederla,
lei che di esili rami spoglia le campagne
mentre i tronchi proni da lontano
– anime penitenti in paziente attesa –
perdono i contorni, le cime nello sforzo
della definizione. Percepisco
intorno una strana abbondanza
orizzontale, per questo piego anch’io
lo sguardo, mi rivedo attraverso
il vetro sporco, fantasma specchiato.

 

 

 

 

Accade. Senza rimedio come in un quadro
dalla finestra l’uomo seduto ricurvo sul letto
è una macchia di colore, una scala di grigi,
tono su tono dentro questa cornice di pioggia.
Qualcun altro se ne va senza essersi rialzato:
non si dura molto fuori dai propri ospedali.
Il Levante ha portato ai miei piedi
un torsolo di mela, fradici scarti che dovrò
ripulire con la tua voce annodata alla porta,
quando la vecchiaia era un debito
da saldare, e cadendo ogni volta non cercavi
soccorso, solo più tardi domandavi un sorso
d’acqua e con le labbra tumide chiedevi
ancora.

 

 

 

 

I ciliegi in Via Tufara si gonfiano di petali,
riempiono di latte le pance dei contadini,
spezzati nella schiena ad ogni solco.
C’è un punto dietro la curva a picco sul golfo
dove si tengono stretti gli amanti di vecchia data,
i buoni amici, le volpi affamate: lì deve bagnarsi
anche la vegetazione, la recinzione scompare quando
il calore batte i tetti e finalmente riesci
a sederti, guardare crescere da soli i tuoi frutti,
riposare nel silenzio di un nuovo raccolto.

 

 

 

 

Nella combustione l’obbedienza si perde
a questo dovere o a quell’altro e accade
che ognuno riguardi alla sua libertà
più teneramente: come quei feticci invano
adorati ci accordano il loro silenzio
i gabbiani così volano alti senza il grido
salvi dalle loro fascine: contano le ali,
si ritrovano lacerati e leggeri,
in numero dispari.

 

 

 

 

Niente ti rende docile creatura
nemmeno il siero che secerni
dalle mani e non coagula – solo punge
se ti strappi con le unghie ogni giorno
un filo di tessuto. A volte cerco
di sedarti, schivo i tuoi calci, ti chiedo
di attendere un nuovo germoglio
quando al mattino spettri di luce
ci risvegliano dal pallido incubo
della giovinezza.

 

 

 

 

Scivolo nel trauma del risveglio
mentre il rigurgito colora di miele
le fibre del cuscino e tutto diventa
urgenza di arresto: oggi non voglio
parlare, non devo citare la vergogna
dell’essere sopravvissuta per caso
alla rimozione, dell’avere creduto
invano che fosse salvezza.

 

 

 

 

Quelli che per lavoro non hanno meta
ma tengono per loro un gran viaggiare
portano nelle borse un cambio solo,
qualche storia altrui: uno mi siede di fronte,
toglie gli occhiali, i suoi gesti lenti
non fermano la tensione dei cavi,
l’attrito dei chilometri non scivola
via dalle spalle strette così dentro se stesse.
Studio la fronte del controllore, ne leggo
la cura sincera mentre fissa una foto,
piccole figure, paesaggi sullo sfondo.
Desidero anch’io queste sagome
dai teneri contorni, lasciarmi fasciare
il ventre nel momento giusto, quello
che non giunge ma si impone agli attori
di questa scena, dove le ombre sono sipari
pesantissimi che non si aprono mai.

Eleonora Rimolo da La terra originale, pordenonelegge – Lietocolle, 2018

Eleonora Rimolo (Salerno, 1991), laureata in Lettere Classiche e in Filologia Moderna, è dottoranda in Studi Letterari presso l’Università di Salerno. Ha pubblicato il romanzo epistolare Amare le parole (Lite Editions, 2013) e le raccolte poetiche Dell’assenza e della presenza (Matisklo, 2013), La resa dei giorni (Alter Ego, 2015 – Premio Giovani Europa in Versi), Temeraria gioia (Ladolfi, 2017 – Premio Pascoli “L’ora di Barga”, Premio Civetta di Minerva) e La terra originale (pordenonelegge – Lietocolle, 2018 – Premio Minturnae). Con alcuni inediti ha vinto il Primo Premio Ossi di seppia (Taggia, 2017). È Direttore per la sezione online della rivista Atelier.

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