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Essere vivi, capire dove siamo. Una lettura di “Entrata nel nero” di Ranieri Teti

di Romano Morelli

Da tanto tempo ormai, e ogni giorno sempre di più, in Occidente – ma non solo, in questo pianeta mai stato così solidale –, sentiamo di essere entrati in una terra buia e inospitale, del tutto sconosciuta, strappati a un vecchio esistere da volontà, meccanismi, mete tiranniche che ci richiedono di fare e far fare cose oltre l’umano.

Il nuovo – misterioso, faticoso, inarrestabile, soverchiante – intride il nostro tempo di veleno: ovunque è un “disgregarsi dove si alza lo sguardo”.

Capire questo presente, tentare di capire dove siamo, affrontare l’incomprensibile: questo è necessario oggi.

Ecco perché le opere che ci aiutano a capire cosa stiamo vivendo, a capire che non capiamo, ad insistere a voler capire sono, oltre che rare, particolarmente preziose: unici punti fermi in questo interminabile momento, che è forse l’inizio, misterioso e ancora informe, di una lunga marcia. Ed ecco perché chi le scopre ha il dovere di farle conoscere affinché non vadano perse: Entrata nel nero (Edizioni Kolibris 2011) di Ranieri Teti è una di queste.

Se c’è un modo per essere vivi e cioè dare un senso autentico anche se amarissimo alla nostra vita, all’oggi che soffriamo, è affidarsi a poesia come questa.

Sono solo 41 componimenti, alcuni di pochi versi, un volumetto di 60 paginette scarse, e anche vecchio, secondo gli insensati standard odierni (il che non è uno dei sintomi meno significativi del dramma della nostra epoca): ma se esistono opere che dovrebbero rimanere e accompagnarci per tutta una vita, “Entrata nel nero” lo è.

***

L’opera si organizza nella grande metafora del passaggio dalla veglia al sonno, dal giorno alla notte, un cambiamento che non dipende da noi, che non possiamo decidere, che si installa in noi. È il passaggio da uno stato in cui credevamo di avere potere sulle cose, da un mondo in cui credevamo esistessero “cose” legate tra loro da solidi nessi incontrovertibili ed entro cui ci definivamo in termini di prima e dopo, andare e restare, chiamare e rispondere, ad un altro momento, ad uno stato in cui non abbiamo più nessun potere, che obbliga, che non possiamo rifiutare, dove le “cose” evaporano e con esse tutto il nostro mondo della veglia, il nostro supposto potere e il supposto ordine tra cause ed effetti. La luce svanisce assieme al mondo nel quale credevamo di poter agire, cancellata dalle tenebre che tutto alterano. Ma il mondo delle cose che lasciamo non è sostituito da un mondo alternativo, fatto di “altre” cose da “imparare”, bensì da presenze e figure e torsioni indecifrabili e inattese che non “dicono”, che ci trascinano via.

La notte di Ranieri Teti non è quindi rifugio, non è promessa né di nuove verità né di rinascite, ma è, drammaticamente, l’entrata “in esilio da una fuga/ di ore del quadrante”: una formulazione che già rende icasticamente tutta la tensione che scorre in questa poesia che non conosce né pace né rassegnazione, voce dell’impossibile stare “tra non ricordare e non dimenticare”, in “un doppio inabissarsi”.

Entrata nel nero è un’immersione nel nuovo, uno sguardo portato là dove non volevamo guardare o non sapevamo; dove ciò che credevamo nomi e cose è trasfigurato in “nomi per cose assenti”, cose abolite, scomparse, che di sé hanno lasciato solo il segno bruciante di un’illusione. Come forse direbbe Ranieri Teti, sono assenze che si manifestano infine nella loro essenza, lasciandoci tra le mani il vuoto dei nomi. Nel passaggio tutto si sgretola lasciando dietro di sé una scia densa e tossica di conti da rifare e di ragioni da ritrovare, tra gli “smottamenti delle cose”.

È un lavoro accanito di acribia, ogni volta testardamente ricominciato, come quei sogni che ricominciamo sempre daccapo per evitare una scoperta troppo dolorosa, forse insopportabile mentre “passa la notte nella sua opera/ trasportare la superficie/ in cerca di profondità”.

***

Ma come è possibile parlare di ciò che non ci riesce di capire, trascinati come siamo nel pieno di una temperie onnipotente e irrequieta che non ci lascia in pace? E cosa è possibile dire in queste condizioni? Eppure, lo constatiamo, non possiamo sottrarci: anche se non capiamo, noi soffriamo e non possiamo non lamentarci, e continuare a essere, anche se a tentoni, anche se barcollanti e persi.

Questo scacco doloroso, solo il linguaggio poetico, il linguaggio dispiegato al massimo delle sue possibilità, è in grado, se non di spiegarne le ragioni – compito che spetta alla storia, alla filosofia – almeno di affrontarlo: questa è la sfida in cui si getta la poesia di Ranieri Teti andando a saggiare con unghie e denti l’estremo di ciò che possiamo concepire: “una parola abitata/ mentre si cambia dimora”, nel “luogo prorogato/ (…) / fossa inesauribile”, “nell’attesa della riva”.

Le risorse del linguaggio poetico consentono di proiettare nel buio brandelli di coscienza precaria poggianti sulle parole gettate come instabili zattere provvisorie:

“Ogni parola una stretta

                                                                                           lingua di terra

 

                                                                                           e poche cose

                                                                                           tra inchiostro e fango

 

                                                                                           nei luoghi recitati e confusa

                                                                                           da voci che ci guardano”.

Certo, i viandanti che si sono persi vorrebbero essere rassicurati, vorrebbero che si dicesse loro dove sono veramente, vorrebbero essere salvati, vorrebbero forse tornare indietro: ma, anche se infinitamente doloroso, molto più utile per loro oggi è invece il sapere aspro (oh, amer savoir!) che sono perduti, che hanno perduto tutto, tranne il loro inestinguibile attendere, dove “resiste uno scarto sonoro/ che chiede ancora di riprodurre soglie”.

Essi vivono, noi viviamo, aggrappati a “differenti prove di esodo (…)/ tramontando immagini/ tra quello che resta di terre nel loro ritrarsi”. La coscienza del sapersi persi è il solo possibile, reale punto d’appoggio che ci possa far sperare una salvezza di cui peraltro non riusciamo a concepire le forme né la reale possibilità.

***

La poesia di Ranieri Teti è poesia senza pose né velleità, libera dalla pesantezza delle frasi fatte del quotidiano, da fastidiosi intellettualismi, da gratuiti lirismi personali. È invece tensione e rigore, tutta protesa a fissare, con eroica tenacia e coerenza, l’esattezza dell’accadere, nella sua mutevolezza imprendibile, nell’eccezionalità del nostro momento del “non appartenere che a transiti e mutamenti”.

I versi si costruiscono e si dispiegano instancabili a saggiare, a cercare di abbracciare il  proliferare inusitato di sensi nella tempesta di questa “entrata nel nero”. Cristallizzano lampi di senso inatteso, vere e proprie rivelazioni dove, mescolate ai rottami del nostro essere di ieri, sembrano farsi a tratti visibili i legami oscuri tra i pezzi sconnessi di realtà che ci circondano che altrimenti ci apparirebbero solo incombenti masse oscure, minacciose e ondeggianti come iceberg impazziti.

È una poesia che sollecita ininterrottamente l’ancora indicibile e che rimane, sì, indicibile, ma non estraneo a noi, perché ci rigetta a ondate i resti vuoti e disabitati dei modi e luoghi ove si sono svolte le nostre passate vicende. Essa affronta le fiamme inquiete che ci minacciano, si misura con “la vastità del fuoco tutto nell’aria”: incessantemente, testardamente, coraggiosamente cerca di distinguere un senso, di scorgere nel buio ardente un percorso. Di questo grumo incandescente Ranieri Teti cerca di afferrare un capo in una lotta sfibrante nel trapasso dalla veglia verso il sorgere del nero che ci accoglie.

È la voce del mondo fatto di cadute, di specchi che si scoprono vuota superficie, di case senza fondamenta, dei riflessi di nessuna luce, di echi che ricordano nomi, dove ci accorgiamo che ciò che possediamo è ciò che non abbiamo, perché la mèta era nel partire e non altrove.

Dove conoscere, vedere, abitare, possedere, riflettere, avere, non hanno più (non hanno mai avuto) complementi oggetto che li completino e stanno ora irrealizzati e senza scopo, inutili, negati alla radice, testimoni unicamente di un’intenzione, di un’ipotesi, di un equivoco che infine si riconoscono, e che riconoscono in se stessi l’unico complemento vero e possibile.

La voce del nostro oggi.

***

Come è possibile “Abitare un distacco”? Che dimora sarà “la dimora dell’inconcluso”? Dove si arriva, cosa si troverà al fondo dell’ “inabissarsi nelle distanze dello specchio”?  Si apre o si chiude su cosa la “porta dimorata in passaggi”? Cosa ci possiamo aspettare da “un richiamo da parte dell’eco”?  Dove finirà “l’ombra staccata dal passo la sua impronta”?

Come è possibile concepire un abitare mentre si cambia? Come si può pensare un partire – e cosa può significare mai “partire” – se non abbiamo arrivi che ci aspettano né misure per misurare?

È questo vortice inebriante di certezze distrutte e dubbi inestricabili che Ranieri Teti cerca di dominare. Come si è arrivati qui? In che orizzonte siamo entrati?

Porta, eco, via, direzione, luce, fondamenta, radici, casa, possedere, sono residui che brillano ancora, ma apparenti e ingannevoli, della luce morta delle stelle estinte. Viviamo mentre si decompone e si trasforma ciò che avevamo creato e finito per credere vero; ciò che, mai realmente esistito, ha vissuto in noi solo per il tempo dell’attesa e del nostro bisogno, e ne assaggiamo ora il concludersi. Abbiamo compiuto il giro e ci accorgiamo – esperiamo – come immagine e specchio, richiamo ed eco, strada e direzione che credevamo legati originariamente, presupposti l’uno dell’altro nell’idea di un Tutto erano in realtà la proiezione inconsapevole del nostro voler-essere, del nostro necessario dover-esistere…

Entrare nel nero significa abbandonare la luce, la veglia, il giorno mentre ci accompagna il ricordo “nel momento del bisogno”. Ma era una luce nata da un errare che, come l’aveva accesa, ora l’ha inevitabilmente spenta.

È dover adattare faticosamente la vista al non vedere mentre lentamente realizziamo che il non vedere diventa la nostra condizione e la vista una nostalgia nella speranza che, scontato l’errore, avvenga una salvezza.

Ranieri Teti esplora e ci aiuta a capire la nostra discesa nelle tenebre mentre “nell’allontanarsi delle immagini riparano/ metro dopo metro nel loro silenzio le cose”, ma anche che tutto ciò non è una “semplice” fine di tutto, un irrimediabile naufragio bensì il pulsare vivo e doloroso del presente che annuncia lancinante un “altro“ che impaurisce.

È la “la fine di ogni fine”, il nostro vero, terribile inizio, diventando la rinuncia ad una mèta, la nostra vera direzione: “la destinazione che diserta nel suo contrario”.

Tenersi stretto, possedere veramente “un non avere”,  “essendo senza restare/ per nomi assenti dove/ siamo scritti nella caduta” è l’unica consapevolezza che ci possa aiutare, oggi. È questo sapere di “non avere” il nostro unico possesso, la leva per aprire l’orizzonte che ci chiude, la partenza per un inconoscibile, ma unico possibile anche se per nulla scontato, nuovo inizio.

***

Rimane il vivere, la resistenza all’erosione dell’attesa.

Rimane l’insopprimibile domandare; ma importante è sapere che viviamo un momento “dove tutto è qui pur essendo altrove”; il “tutto” è ciò che aspettiamo, ciò di cui abbiamo bisogno, l’”altrove” è la mancanza straziante che ci rode, paradossalmente, “quando nella pienezza è radicata l’assenza”.

Non viviamo quindi nel niente, ma nel rovente realizzarsi di una privazione.

Ci tocca esplorare “la densità del vuoto” che ci abita, dove la densità è la realtà innegabile del nostro essere attuale e il vuoto è solo un vecchio nome obsoleto per indicare la nostra impotenza, la nostra paura, ciò che non sappiamo, non possiamo ancora nominare.

In questa tensione, in questo “precipizio in equilibrio ancora sui crinali/ di un’attesa” sta la nostra verità esistenziale. Questa è la nostra condizione.

È con questa dolente lucidità, laboriosamente paradossale, precaria, contraddittoria che la poesia di “Entrata nel nero” ci aiuta ad afferrare il senso del nostro esistere, nomadi e disperati; e da qui, forse, immaginare il nostro prossimo partire.

 

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