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Eva Bourke, The Latitude of Naples/La latitudine di Napoli

THE LATITUDE OF NAPLES

For Eoin

I

With this pen as my eidograph

I draw the map,

the ground plan of power

and the street plan of destruction:

first the central square

with the ducal palace – or what’s left of it,
the fountain doubling as pillory

(the irony of the life-giving well

beside the neck irons of scorn),

then the North Eastern road

leading across the New Bridge –
now out of service –

from which you can see Black Island
with the Lepers’ Tower,
straight to St Andrew’s Fortress.

I sketch the arsenal with its tall oak gates

and tiny apertures high up in the South wall.
The river loops around the old city castle

19 times ransacked and now in ruins
however, underground passages and casemates
might still have some use.

The wall existed not so much
to protect the inhabitants
but to prevent them

from exiting without a pass.

The only gate, the Gate of Persuasion,
is surmounted with a fine tympanum
depicting the rhetorical arts in marble.

Maybe they talked themselves to death inside
once the gate was locked forever

and no one came out or went in.

I draw the avenue from the ducal palace
to the citadel overlooking the city
(which is even more fortified

than many of the municipal buildings),

then the two graveyards –

once strictly segregated according to religion –
with their countless tombstones

and blackened inscriptions

and last of all taking special care

I draw a swallow’s nest with five nestlings
under the eaves of the gravedigger’s hut.

 

II

The first time you brought me
to your room

we were islanded

on your coral bed
lying in each others’ arms
in the ear of the night

on tidal waves of jazz
and street noise

dreaming of bays

interlaced with rigging and masts
till the sun rose, bakers in white
mounted their bikes all over the city
and a clear pathway led

as far as the latitude of Naples

and along the old silk road

to Samarkand

 

III

There it is / closed now/

had wings once / sang

caused trouble / lived overground

built nests / swore / lied

stone heavy / stone rich /stone hard

fit into a hand once / had fingers once

held one just like it / had seeds once

seeds like moons / seeds and words

words and syntax / bone language / wing language
not now / shut down / and shuttered

had light once / saw

had sound once / heard

lies still now / stone deaf /stone blind

 

IV

Since the musicians moved in

love was declared in our street
turtledoves appeared in the trees
Debbie put on her dancing shoes
the heron returned from out of town
sailed in with blue sails.

 

V

No matter where we went
you read the cities

in the palm of your hand.
With you I trusted again
in the tortuous paths
through iron gardens

and temples whose roots
grew from reptile cages.
One look at the map

and you knew your way
between silk routes

and golden gates.

You sent word from Ninive

where the light

lay imprisoned between yew trees.

Below ghetto walls
when darkness erupted

you brought me hot mutton soup.

Salt winds and Spain

lay like a beating red heart
in an ultramarine bowl.

Persia, a prayer rug spread over a desert
crossed by the nonchalant stride

of the camel.

Near Ararat we threw driftwood

into the iron stove, warmed ourselves
with waterpipe smoke.

We followed the 53 stations

of the East Sea Road

and it was still raining in Shonu.

Worlds travelled through us

you took me downtown at night to music
Played on blue keyboards.

 

 

 

LA LATITUDINE DI NAPOLI

Per Eoin

I

Con questa penna per pantografo
disegno la mappa,

la planimetria del potere

e lo stradario della distruzione:

prima la piazza centrale

con il Palazzo Ducale – o quel che ne rimane,
la fontana che si divide a croce

(l’ironia del pozzo che dà la vita

accanto alla gogna del disprezzo),

poi la strada di Nord Orientale

che conduce oltre il Ponte Nuovo –
ora chiuso –

da cui puoi vedere l’Isola Nera

con la Torre dei Lebbrosi,

dritto alla Fortezza di Sant’Andrea.

Schizzo l’arsenale con i suoi alti cancelli di quercia
e minuscole aperture in cima alle mura a Sud.

Il fiume gira attorno al castello della città vecchia
19 volte saccheggiata e ora in rovina
tuttavia, passaggi sotterranei e casematte
potrebbero ancora servire a qualcosa.

Le mura non esistevano tanto
per proteggere gli abitanti
ma per impedire loro

di uscire senza lasciapassare.

L’unico cancello, quello della Persuasione,
è sormontato da un timpano elegante

che rappresenta in marmo le arti retoriche.

Forse si condannarono a morire dentro

una volta che il cancello fu chiuso per sempre
e nessuno poteva entrare o uscire.

Disegnai il viale che va dal Palazzo Ducale
alla cittadella che guarda la città dall’alto
(che è perfino più fortificata

di molti degli edifici municipali),

poi i due cimiteri –

uno strettamente segregato
come vuole la religione – con le innumerevoli lapidi

e iscrizioni scurite

e infine, con particolare cura

disegno un nido di rondine con cinque piccoli

sotto la grondaia della casupola del becchino.

 

II

La prima volta che mi portasti
nella tua stanza

fummo isolati

sul tuo letto di corallo
distesi l’uno nelle braccia dell’altro
nell’orecchio della notte

su onde di marea di jazz

e rumore della strada

sognando baie

intrecciate di sartiame e pali

finché il sole sorse, fornai in bianco
inforcarono le bici in tutta la città

e un sentiero chiaro conduceva

fino al limite della latitudine di Napoli
e lungo la vecchia Via della Seta

verso Samarcanda

 

III

Eccolo / chiuso adesso/

aveva ali un tempo / cantava

causava scompiglio / viveva in superficie

costruiva nidi / giurava / mentiva

pesante come pietra / ricco come pietra /duro come pietra
stava in una mano un tempo / aveva dita un tempo

lo teneva proprio così / aveva
semi un tempo
semi come lune / semi e parole

parole e sintassi / lingua ossuta / lingua alata

ora no / chiuso / e oscurato

aveva luce un tempo / vedeva

aveva suono un tempo / sentiva

disteso immobile adesso / sordo come pietra /cieco come pietra

 

IV

Da quando i musicanti vi entrarono
nelle nostre strade si dichiarò l’amore
tortore apparvero sugli alberi

Debbie indossò le scarpette da ballo
l’airone tornò da fuori città
approdò con vele azzurre.

 

V

Ovunque andassimo
tu leggevi le città

nel palmo della mano.
Con te ripresi fiducia
nei sentieri tortuosi
attraverso gazebi

e templi le cui radici
crescevano da rettilari.
Uno sguardo alla mappa

e sapevi la tua strada
tra vie della seta

e cancelli d’oro.

Mandavi saluti da Ninive

dove la luce

giaceva imprigionata tra i tassi.

Sotto le mura del ghetto
mentre l’oscurità eruttava

mi portavi zuppa di montone.

Venti salati e Spagna

stavano come un cuore rosso pulsante
in una boccia blu oltremare.

Persia, un tappeto per la preghiera teso sul deserto
attraversato dal passo indolente

del cammello.

Vicino ad Ararat gettammo pezzi di legno
nella stufa di ferro, ci scaldammo

al vapore della conduttura dell’acqua.

Seguimmo le 53 stazioni

della Strada del Mar del Giappone
e stava ancora piovendo a Shonu.

Parole ci viaggiavano dentro

di notte mi portasti in centro, alla musica
suonata su tastiere azzurre.

 

Eva Bourke, La latitudine di Napoli
Edizioni Kolibris 2010
Traduzione e introduzione di Chiara De Luca

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