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Flavia Novelli, E allora che parola sia (inediti)

 

Apolide
ti partorisce l’amore
Frutto che cade lontano dal ramo
in una contrazione di lombi
che ti trasporta su una terra straniera
nera
misteriosa e oscura
Un nuovo sguardo
che incute paura
Non sai se dura
Non sai se è reale
ciò che ti riporta
al tuo stato animale
E ti fa stare bene
E ti fa stare male
Ma non lo puoi fermare
Non lo puoi dimenticare
Puoi solamente amare

 

 

 

 

 

Liscia la pelle
e ruvidi i pensieri
Li accarezza la notte
lentamente
fino al mattino
Leviga le protrusioni
prodotte dal calcare delle illusioni
Si tendono i tendini
fino allo strappo finale
Un dolore che non fa male
Una tensione elastica
che misura
la capacità d’amare

 

 

 

 

 

Quant’è bugiarda la notte
Quant’è sincera
Come un filtro di sigaretta
ti illude di non far passare la parte più nera
quella più vera
che ti resta sulle dita
e disegna un’antiestetica ferita
Lo sai
ma continui a inspirare
il fumo
e la notte
Con cadenze regolari la lasci entrare
la trattieni nel palato
la mischi con il liquore
appena versato
e poi
fra le labbra stropicciate
con un soffio
la getti via
E quel che resta
è la malinconia

Foto di Chiara De Luca

Che bella che sei
Con la tua pelle
masticata dal tempo
con quelle rughe sottili
che disegnano un firmamento
di gioie e dolori
Tutti i tuoi amori
li porti intrecciati nei fili d’argento
che accogli fiera sulle spalle
Non torneresti mai indietro
allo splendore dei vent’anni
alla bellezza senza danni
di un fiore appena sbocciato
perché ora sai
che ogni petalo che hai perduto
che ogni pezzo di vita vissuto
è una radice in più
che fortifica il tuo cuore

 

 

 

 

 

Lei era quella
sempre lì ad aspettare
sempre pronta a perdonare
Quella che si lasciava far del male
mentre il tempo passava
e le segnava la pelle
Lei che cercava di farsi bella
per chi neanche la guardava
che chiedeva il permesso per amare
Che fine ha fatto lei
tenera e gentile
sperduta e solitaria
come le foglie ad aprile

 

 

 

 

 

Amori oblunghi
mai in piedi
mai distesi
perennemente in bilico
sulla risacca dei sentimenti
Offesi
dagli schiaffi del mare
Insabbiati e salati
Conchiglie dischiuse
che non si lasciano aprire
per paura di farsi ferire

 

 

 

 

 

Eccita i pensieri
questa pioggia scrosciante
Allenta le asole dei desideri
Bagna le cuciture
che tengono unite le fessure del cuore
Slabbra i tessuti
li rende trasparenti
Lo senti
Lo senti come è bagnata la mia pelle
come è trasparente il mio amore
mentre galleggia sull’asfalto
trasportato dal vento
Lo senti scivolare via
sulla strada interrotta
che un tempo conduceva a te

 

 

 

 

 

Ora vediamo se capisci
Disse l’uomo che per spiegarsi
usava le mani
al posto delle parole
Perché un vero maschio
non perde certo tempo in chiacchiere
Che poi
anche quella volta
non c’era niente da capire
E infatti lei non capì
al primo schiaffo
E non capì neanche dopo
quando arrivarono
i pugni e i calci
Non capirono nemmeno i vicini
sentendo le sue urla
E non capirono i suoi bambini
quando la trovarono riversa a terra
Nessuno capì mai
cosa volesse spiegare
quell’uomo che usava le mani
al posto delle parole

 

 

 

 

 

Riemergi
dalle tue profonde acque scure
di silenzio e distacco
di nichilistica indifferenza
Riemergi come un cetaceo
che ostenta la sua presenza
lambendo il pelo dell’acqua
spezzando il confine
tra il mare e il cielo
Un corpo solido
in uno spazio liquido
Un gesto iconico
prima di inabissarsi nuovamente

 

 

 

 

Potessimo usare i numeri
al posto delle parole
ci salveremmo dagli inganni
e dagli errori di interpretazione
Con matematica precisione
potremmo esprimere
ciò che dettano i sentimenti e la ragione
Ogni moto dell’anima sarebbe codificato
da un numero a una o più cifre identificato
Calcoli algebrici
fornirebbero la soluzione alla complessità
di ogni umana emozione
Addizioni e moltiplicazioni
per dichiarare l’amore
Sottrazioni per manifestare la delusione
Divisioni per il più lacerante dolore
Non nascerebbero incomprensioni
generate dalle ingannevoli, timide, confuse parole
Ma non ci sarebbe la poesia
E allora che parola sia

Flavia Novelli è nata a Pontebba (UD), ma vive da sempre a Roma. Laureata all’Università La Sapienza in Sociologia, con specializzazione in comunicazione, si è dedicata per diversi anni all’attività didattica e di ricerca e alla scrittura saggistica. Ma la sua vera passione è la poesia. A maggio 2017 ha pubblicato la sua prima silloge, Vennero i giorni, Edizioni Progetto Cultura. Il suo secondo libro, Universi femminili, Herald editore, è stato presentato a dicembre 2018 presso la Casa internazionale delle donne di Roma. Ad aprile 2019 è uscito il suo ultimo libro, Parole nude”, edizioni Montag.

È presente nelle antologie:

Aspettando Santandar – Autori in evoluzione (vincitrice dell’omonimo concorso)
Premio Mangiaparole Poesie, Edizioni Progetto Cultura,
Come AquiloniAutori in evoluzione
– Mi illumino d’immenso
, casa editrice Pagine
Premio Afrodite, Editrice Montecovello (vincitrice dell’omonimo concorso)
Poesia 2019. Centocinquanta poeti in antologia, Il Viandante
Lingua Madre Duemiladiciotto – Racconti di donne straniere in Italia, Edizioni Seb27.
Elucubrazioni inconsce, Paradigma Nou, 2019
Il risveglio del mattino, L’Argolibro, 2019

Cura la rubrica Poesia del sito Librinews

Nel 2018 è stata selezionata per il progetto “REFEST – Images and Words on Refugees Routes” (Immagini e Parole sui Percorsi dei Rifugiati), co-finanziato dal programma comunitario “Europa Creativa, per raccontare, attraverso la poesia, le storie di migranti e richiedenti asilo.

I suoi account social:

https://www.facebook.com/aivasun/

https://www.instagram.com/flavia_novelli_poesie/

https://twitter.com/FlaviaNovelli1

https://www.youtube.com/channel/UCnloSxtkge9rvSnzMAU5TiQ

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