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Francesco Gianino, Orientale sicula (anticipazione)

Lasci la provinciale,
e segue un saliscendi
stretto per Scillichenti
lungo i fianchi della timpa,
poi una viuzza appena battuta
accarezzata dai limoni.
C’è un orizzonte libero
fino a Taormina, in testa invece l’Etna,
in basso un prato,
gli ulivi, i fiori
e un cane amico che non vedi
subito ma appare col bianco abbaiare
che aggiorna il cancello, s’affissa sulla pietra,
il muso punta e risalta
ruota, s’abbuffa di attenzioni
degli amici sorridenti.
Poi sotto la pergola scompare.

 

 

 

Hai tolto la buccia
all’uovo, ed era sodo.
Hai cercato col cucchiaino,
ed era rosso il tuorlo
come un tramonto
dietro la montagna, le nuvole
s’arrossavano, il cancello
era schiudeva, il vano delle scale
freddo.
In terrazza i pomodori
essiccavano al sole.

 

 

 

Forse un giorno ricorderai
quella stanza, la calma della sera
l’aria fragile
forse rimpiangerai
le pause storte
l’eterno mai,
la crudezza dei lampi
di crudeltà, quella emozione
dipinta a metà.
E quando ti volgerai
per dire chi sei,
che il tempo mastica
l’anima dei quando e dei perché,
sputa carne
brani in rime tagliate
colpi di marrancio
consumate,
la voce acuta nella stanza
il tempo necessario per la tua
danza.

 

 

 

La regola non serve,
è uno stratagemma per
invecchiare bene, vive
anzi la parete su cui
inchiodare un’idea:
scie di sangue scivolano
sul parquet, ai piedi
sciami di adoranti insetti
biascicano un amen.

 

 

 


Vederti piangere
quando scendi dal treno
i tuoi amici sono cattivi
davvero.
Non finisce mai
non finirà ormai.
Vederti andare in riva al mare
avanzare e scomparire
tra le nuvole e i gabbiani
inalare sale.
I tuoi nemici sono bravi
sul serio,
indossi una livrea calda
roba d’importazione.
Non finisce qui, ormai
non finirà più, mai.

 

 

 

Buffalo Bill è salito sul trono
per farsi la foto show
per TikTok
chissà quante notti
pensando alla grande carnevalata,
lo stuntman della democrazia
lo sciamano dei poveri,
la danza della pioggia
con la pelliccia nuova
da coyote del Nevada.

 

 

 

Te ne sei andata nel freddo
e nel vento quello
bello, mentre la luce
brucia la sabbia,
perché il gelo stringe la pianta.
Te ne sei andata
dal caldo del palinsesto
per cercare il tuo universo
la nebbia, il cinghiale
il metano a maggio
il dolore ogni fine viaggio

 

 

 

Che ci siano colori in cielo
nuvole o pioggia
vento o sereno,
che ci siano occhi
sulle facce velate
cespi sulle strade
desolate, non importa il tuo amore
scaldato dal domani, non ricordi il
rombo dell’aereo, i violini e la miccia.
Ascoltare favole sul piccolo schermo,
storie di sempre, i sogni di ieri.

 

 

 

Già si viveva in queste condizioni,
non lo sapevamo.
Oggi la cosa è venuta a galla.
Tutti già stavano
chiusi e sospettosi.
Le emozioni immobili allo schermo
riabilitate alla prima sveglia.
Le piazze erano già vuote, come gente che ha paura
di dimenticare la password. Questa distanza obbligata
coltiva l’orticello di casa.
Non è cambiaro nulla.
Lo eravamo già, tutti a casa.
Con la testa chiusa dentro casa.
È naufragata la speranza di un cambiamento.
E se mai ritorneremo uniti,
saremo traumatizzati dal confine tra finzione e realtà.
Un tempo bastava una settimana, oggi siamo lenti.
La consapevolezza è ritardata, manteniamo in vita
un cadavere
con macchinari sofisticati.
Ma ci siamo, quasi.
Questo lo ha detto il mio barbiere, stamattina, presto,
molto presto.
Come uno che è rimasto sveglio tutta la notte e poi
ha visto sorgere l’alba.

 

 

 

La tua voce nel freddo del tempo
conforta speranza a minor pena

 

 

 

I vetri tremano, un pochino
poi più forte a intervalli
irregolari e una voce
come un lontano stormo
d’aerei, finché
picchietta qualcosa dal cielo
e sotto le coperte di un
sonno debole pensi sia
vento di ieri, immagini
di un’apocalisse di fuoco.

 

 

 

Il fusto della pianta inclinato
sulle sedie intorno
al tavolo bianco
e la luce artificiale
la sera all’ora solita,
e il cielo allunga giorno a giorno
il cinguettio che sospende l’occhio.

 

 

 

Ci sono tanti
che usano parlare per dire
la propria opinione e dicono
te l’avevo detto io, te l’avevo detto…
e sono davvero felici per
averlo detto quello che hanno detto
anche se quello che hanno fatto
non lo hanno mai detto e come gira gira
cadono in piedi
in nome della sincerità
in rima con vanità.

 

 

 

Se domani avró la testa tagliata
sarà stato il caldo delle vene affilate
a recidere le guide
sul tracciato anche quando
il fuoco urlava di sospetto.
Carlo Emilio ufficiale
gloriava l’estro nazionale
con gli scarponi e la rivoltella privata,
e poi dal cielo la fine neanche gloriosa
dell’altro lui: è questa la milizia
del gasato, la retorica dell’aperitivo
rinverdisce gli allori, l’atto di dolore
ristabilisce gli onori.

Da Orientale sicula, in uscita per Edizioni Kolibris

 

Francesco Gianino nato a Catania, ha pubblicato opere in prosa Khalida (etempodiscrivere, 2004), Il salto del cavallo (Mare Nostrum edizioni, 2020).
Il romanzo Ippoparty si è aggiudicato il premio della giuria come miglior inedito nel concorso Etnabook 2019.
Scrive nel diario letterario Provincia Letteraria

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