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Jüri Talvet, Primavera e polvere

Kujutlus, et tolm võiks olla ainult sealne

Taevas püsib sinine sel
Eesti kevadel (tuleviku-
hõllandus? -enne?). Sõnad
vabastavad silmapiiri ja
korraga oleme kõik nagu
paremad kui muidu. See
on midagi niisugust: puu-
särkidest, mis vaibumatult
hõljuvad sinu kujutluse
tuules, pole kurjuseks
enam asja. Ka headuseks ei,
aga põrm – mis tahes tolm –
sisaldab nukrust ikkagi rohkem
kui elus keha. Seega tavatu
tasakaalutus siinses, elavas,
mis endeliselt, tõotavalt
jäljendab teist, tõelist
sel eriti sinise taevaga
kevadel Eestis.

 

 

 

 

Niisiis, vabadus

Nüüd on sinusuguste tund.
Kõik oma hingelt lõpuks ära räägi.
Räägi, et tahtsid vabadust
üle kõige. (Muidugi polnud
sa kindel, kes seda tagama peab:
riik, leib või naise ihu
või hoopis hingeõhk sinus endas?)
Karju, et vabadust sa oma
rahvale tahtsid üle kõige.
(Muidugi polnud seegi kindel,
kas õilsaid lambaid esimestena
turule ei veeta ja kas rahvas
pole lõpuks seesama sina,
kes sa kunagi kindel olla
ei saa riigis, leivas, naise
ihus, oma hingeõhuski, tuhandes
olluses muus, mis pilgates
pagevad sinu eest enne
lõpliku vabaduse tundi.)

 

 

 

 

Sul on luba uskuda märke, mis sulle meeldivad

Ei loe, et su esivanemad
rääkisid teises keeles.
(Seda keelt ei tunne keegi)
Sõnadest ehitada sai vaid kilbi,
mis rahuajal kaitses.
Sõjaajal, armastuse ajal
kõnelesid minuga vanimas,
su tõmmudest juustest tumedamas,
su esivanemate kogelevatest
sõnadest sügavamas,
su punahuulte verest elusamas,
sõna jagavaid jooni trotsivas,
rohust rohelisemat,
merest merisemat
maitset
minu keelele
kartmatult
kandvas
keeles.

 

 

 

 

 

 

 

 

Kus elab mälu

Paber on piiridega õhk
mis imeb endasse sõnu –
ei kindlam ega hapram
kui kiltkivitahvel või
elektronnärvidega ekraan.
Tuul tõukas akna valla.
Kelle käsi silitas tasa
magava lapse juukseid?
Mis võbelevaist okstest
udupiiskadest huultel
rohu hõikest oli kokku
pandud laulude laul?

Kiltkivist paberist kunst-
närvidest vaheseina taga
(kas sa julged?) elab mälu
(kas hakkasid juba mõtlema
pääsust, tagasiteest?) hoiab
unustusi sinu tänasegi
kõhkluse andestab.

 

 

 

 

Udu ujub üle maa

Nüüd alles hakkad aru saama,
et Skagerrak ja Kattegat, mis kooli
geograafiatunnis kõlasid mõnusalt
paaris – nagu igavesti laulatatud
Skylla ja Charybdis – on tõesti
olemas. Aga ilmateade Kieli raadios
hoiatab pidevate udude eest. Oma
toanurkade ududes sakslased
elavadki, akendest neid igatahes
ei paista, tänavail neid ei paista.

Vist öösel on nad kõik ordnungi
rihtinud, koguni rästad valjul häälel
laulma pannud puude-põõsaste
lopsakais lehis oma majakeste
ümber. Pingutad silmi, et neid näha,
aga udu Skagerrakilt ja Kattegatilt
on täna nii tihe, et suisa võimatu
on näha iseennastki, Eestit.

 

 

 


Ta lendab mesipuu poole

Pääsud vihvatavad välja
nurga tagant,
kuldsed südamekillud.
Üks neist oled sina,
esimest korda üksi
poodi saadetud,
nüüd teel koju:
jooksuga-jooksuga,
naerukil-naerukil,
õnnelik-õnnelik,
patside välkudes,
südame põksudes,
kotis raske päts
head Pärnu rukkileiba.

Supponendo che la polvere non sia altro che polvere
del più in là

Il cielo è d’un azzurro insolito
in questa primavera estone.
(Nostalgia di futuro? Buon augurio?)
Le parole liberano l’orizzonte
ed ecco che tutti siamo
molto molto migliori. È come se i feretri
che senza posa fluttuano nell’aria del tuo vagheggiare
non servissero più per il male,
né per il bene. La polvere
– qualunque polvere – contiene
tuttavia più tristezza
d’un corpo vivo. Così
in questa primavera d’inusitato azzurro
nel cielo d’Estonia,
ogni squilibrio in tutto ciò
che promette e augura è riflesso
di quel che c’è più in là del reale e del vero.

 

 

 

 


Dunque, eccola, la libertà

È giunta infine l’ora della gente come te.
Allenta la zavorra che ti tormentava l’anima.
Dì una buona volta che alla fin fine
bramavi la libertà. (Anche senza sapere
chi te l’avrebbe assicurata: lo Stato?
il pane? un corpo di donna?
magari il tuo stesso alito?)
Dì forte che bramavi la libertà
per il tuo popolo soprattutto.
(Anche se dubitasti a lungo, se dovessero
essere le pecorelle nobili le prime
da condurre al mercato,
o se il popolo, alla fine dei conti, non fosse
un simulacro di te stesso, tu che mai
crederesti ciecamente nello Stato, nel pane,
in un corpo di donna e neppure nel tuo alito,
nelle mille particelle che da te rifuggono,
burlone, prima che rintocchi l’ora
della libertà definitiva).

 

 

 

 

Puoi credere nei segni che vorrai

Che importa se i tuoi avi
un’altra lingua parlarono.
(Lingua che nessuno ormai conosce).
Di parole uno scudo forgiarono
capace di dar riparo
in tempo di pace.
Giacché in tempo di guerra,
in tempo d’amore,
una lingua più antica parlavi,
dei tuoi capelli più oscura,
di quei suoni balbi
più profonda,
dei tuoi antepassati
una lingua
del sangue più viva,
delle tue labbra accese,
una lingua capace d’affrontare
filastrocche di parole,
che audace trapassava
alla mia lingua
un sapore dell’erba
più verde,
del mare
più marino.

 

 

 

 

 

Dove abita la memoria

La carta è solamente aria con dei bordi
che s’impregna di tutte le parole
non è molto più sicura né più fragile
di una vecchia lavagna o di uno schermo
saturo di nervi elettronici
Il vento aprì d’un soffio la finestra
Di chi fu la mano leggera che carezzò
i capelli d’un bimbo che dormiva?
Da quali smosse fronde
da quali goccioline di nebbia sulle labbra
da quale clamore d’erba fu composto
il cantare dei cantari?

Dietro a un muro innalzato con la carta
con nervi falsi e lavagna
(oserai forse?) abita la memoria
(hai cominciato a pianificare la tua fuga
o forse il tuo ritorno?) guarda
gli oblii e di passata abbi pietà
delle incertezze che hai avuto oggi.

 

 

 

 

La nebbia fluttua sopra la terra

Soltanto ora comincio a rendermi conto
che lo Skagerrak e il Kattegat, che risuonavano
così piacevoli a scuola nelle lezioni
di geografia come compari – come gli eterni
coniugi Scilla e Cariddi –, esistono davvero.
Le previsioni del tempo alla radio di Kiel
vaticinano nebbie persistenti. I tedeschi
vivono fra nebbie nei meandri delle loro dimore;
in ogni caso non si vedono attraverso
le finestre e neanche nelle strade.

È probabile che durante la notte abbiano
messo tutto in ordnung, che abbiano messo
perfino qualche tordo a cantare a voce
alta tra i fronzuti arbusti e fra gli alberi
che intornano le loro case. Sforzi il tuo sguardo
per vederli, però oggi la nebbia dello Skagerrak
e del Kattegat è tanto fitta che neanche a volere
riesci a vedere te stesso, né a vedere l’Estonia.

 

 

 

 

Vola verso l’alveare

Le rondini doppiano
sfolgoranti la svolta,
spicchi dorati del cuore.
Una sei tu
che per la prima volta
sei andata da sola alla bottega
e rientri a casa
correndo-correndo,
sorridente-sorridente,
felice-felice,
con le trecce sfavillanti,
il cuore palpitante,
e nella borsa uno di quei pani
così grandi e saporiti,
un pane di segale di Pärnu.

Photo by Agnieszka-Herman

Jüri Talvet, nato nel 1945 a Pärnu, nel sud-ovest dell’Estonia, è fra i rappresentanti più significativi della poesia contemporánea nel suo paese. Laureato in filologia inglese, è anche saggista, iberista, traduttore (soprattutto di letteratura spagnola e latinoamericana), comparatista e professore di storia delle letterature occidentali all’Università di Tartu, dove nel 1992 – subito dopo l’indipendenza dell’Estonia – fondò gli studi ispanici. È stato anche il fondatore, nel 1996, dell’Associazione Estone di Letteratura Comparata e artefice della rivista Interlitteraria. Bisogna menzionare inoltre il suo contributo al primo dizionario spagnolo-estone (Hispaania-eesti sõnaraamat, 1983).
Ad oggi, ha pubblicato nove libri di poesie e numerosi saggi, e il suo lavoro è stato tradotto in più di venti lingue. Ha viaggiato in quattro continenti come docente e accademico, e ha partecipato a numerosi festival di poesia in oltre una ventina di paesi europei e americani. Ha anche ricevuto importanti onorificenze, sia in Estonia (tra le quali l’Ordine della Stella Bianca della Repubblica, 2001) che in altri paesi. Nel 2016 fu eletto membro dell’Academia Europaea. La poesia “Armastus” (‘L’amore’), qui riprodotta, ha vinto nel 1997 il prestigioso premio Juhan Liiv, concesso alla miglior poesia pubblicata in Estonia nel corso di un anno.

Le poesie qui presentate sono tratte dalla raccolta Primavera e polvere, curatela e traduzione di Albert Lázaro-Tinaut e Pietro U. Dini, pubblicata dalle Edizioni Joker di Novi Ligure nel 2012 (vincitrice, a Trieste, del Premio Internazionale Gerald Parks per il miglior libro di poesia tradotto in italiano quell’anno). Nel 2018 Pietro U. Dini ha curato un’altra raccolta di poesie di J. Talvet, Da un qualsiasi autunno, pubblicata dalla stessa casa editrice.

Albert Lázaro-Tinaut

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