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Kein Papier in die Toilette werfen

Cari Visitors, la truppa dei miei me, il resto dell’equipaggio sfiancato, e io ne abbiamo le palle piene e ci prendiamo una pausa di ri-flessione (nel senso che ho prescritto a tutti di farne 10 ripetute da 50 ogni mattina prima dell’alba) anche perché sfilarsi di dosso tutte le vostre urticanti proiezioni intellettualoidi del cazzo è un’impresa titanica per noi eptapodi (e sebbene sia un divertente esercizio di stile a beneficio del Lettore non ci si può sempre spremere le vene e Chi sono io lo so bene). Ci riposeremo solo dopo morti beati voi che già lo siete – e dopo avere fatto riparare il cesso (sperando che l’idraulico sia un uomo e Sunny non gli pisci nella borsa), perché pure l’idraulico liquido ci si è affogato dentro con una pietra al collo ma invano, così quello vero mi farà pure il culo perché sarà costretto a mettere le mani nel veleno. Via quel piattino, non accetterei Kinder Maxi da voi neanche sotto tortura, mi basterà l’equivalente di dieci pagine di traduzione per potermi accomodare di nuovo a ottundermi scrollando le vostre scritture (tanto più che i porci soldi è  bene che tornino al più presto nello scarico fognario)*. Anche se  siamo tutti soltanto gusci di avatar intenti a suicidare il tempo prima di tornare nell’Amore, nel monastero cistercense c’è nostalgia di gioia e silenzio per gli Animali, e per riconvertire il sottomarino in astronave, anche perché non vorrei finire sulla copertina accattivante & instagrammabile di qualche rivista femminile patinata de noantri (non che mi manchino foto ventose, intendiamoci, ma il maestrale che spira non è di ventilatore e potrebbe spettinarvi per bene). Perciò non azzardatevi a suonarmi il citofono se non siete strafighi e sotto i trent’anni, che “oggi poi er toybboy va pure de moda”, come ha detto mia madre quando siamo andate dall’ottico mechato a fare gli occhiali. Anzi, fate il favore di non citofonare in nessun caso (tanto il citofono funziona solo quando suona l’Amministratora per verificare la veridicità della mia parola), e fateme er piacere de scordavve de noi come avete sempre fatto da quanno semo nati. Dio come si stava bene a non essere nessun pretesto né funzione della vostra merdosa e noiosa finzione. Un bacio a tutti, fate sogni belli e pochi brutti. E mi raccomando sempre: keine Manuskripte aus dem Fenster werfen. Scrivere è armare la mano di qualcuno.

* Nota per gli agelasti: quella dello sciacquone rotto è tutta una grande invenzione, ça va sans dire, ma con voi non si sa mai, soprattutto con quei rosiconi degli Inascoltabili, o come diavolo si chiamano le Sturmtruppen della Literatur Republik, che azzannano me, ha ha. Pensate la ventata di Rischio, Azzardo & Novità!

Assale sempre violenta quando non ho riparo, quando non ho una penna per infrangere le onde, quando ho cercato in mille modi di arginarne la piena, quando non ho voglia di annaspare e sto correndo per restare sulla riva, quando non voglio sentire e annegare, ma la marea lo stesso mi raggiunge, mi schiaccia, mi salva e riporta.

Scrivere per tamponare l’emorragia di uno sparo, sia quello di uno sguardo che ti vede e dà alla luce dietro un angolo di strada, sia quello della ferocia cieca che circonda e strangola nel girone dei perversi, gabbia dove ti chiudono e sei l’animale dell’Elegia, che non può muovere un passo senza finire nelle tagliole dell’idiozia. Sei la pantera che gira su se stessa e non trova riparo dal buio di sguardi senza destino, senza tenerezza, senza

C’è questo proiettile piantato di fresco nella carotide, ma tutto il sangue ancora non mi fa vedere nel torbido di ogni trasparenza e non ho abbastanza bende di parole dentro per salvarmi.

So ciò che senza volerlo mai saremo, nel salottiero abisso di prezzolati apocalittici graziati tanto da non osare mai un passo fuori dal recinto, animelle affamate di sentimenti di carta gialla per non sentire, e ridere sguaiati con le bocche contorte dal non saperlo fare, orrendi come una carestia di senso, violenti come un anfibio sopra il petto di un alato in croce sull’asfalto, a stuprare il rantolo del Sacro.

Prefiche a neniare nella noia io io io, adorato funebre mio dio, per fare della morte parola senza carne, pelle conciata, involucro vuoto come uno sguardo da poco.

Senza bisogno bruciare. Fiamma di candela che non vacilla se arretra una falena e sa che quando sarà eclissi resterà stoppino consegnato al big bang dell’abbandono. Eppure non teme più nessun buio sulle selci delle costole che tagliano la carne fino al cuore. Solo per chi porta fiato all’incendio fino all’audace accecamento del vedere brancolando. Non per la critica, non per i follower – oscena parola senza luce elezione – non per i parassiti di vita di carta sgualcita e sangue d’inchiostro essiccato. Canta per le creature nude di carne e sangue e cicatrici, che non sgozzano in te l’ombra eiettata dal buio del loro sguardo rivolto all’interno, ma sono aperti a leggerti per come ti riveli svanendo.

L’aperto è nel cuore del puro, Lettore, oltre questa gabbia che innalzano con dita ossute i censori della morte. Forza il blocco della Legge, evadi dalla fossa su cui gettano terra ogni giorno, sempre più terra sterile di senso, corri oltre la porta evanescente, abbatti tutti i secondini della medietà, tutti i custodi dell’inconsistenza uno dopo l’altro, fino all’aria aperta: morire nel deserto di occhi che ti sanno nominare, perché qualcosa viva come un fiore in una crepa del muro, oltre le risate di chi ce l’ha duro e il buco nero di sguardi che smangiano la vita e violentano le grida del silenzio. O non resterà niente, neppure lo stelo di tutti i chi siamo stati.

**

Soglia. Alla vigilia del risveglio. C’è un cielo socchiuso sulla sommità dell’alba, con la veste degli angeli di schiena che depongono le armi, a mani nude sul cimitero dei nomi. Le forme filtrano dallo sfregio delle ciglia, mentre guado la penombra cercando a tentoni l’altra stanza. L’acqua ha sul viso la fredda meraviglia della nascita abdicata dall’ombra. Nel bianco giace tutto il rinunciato, i sogni scordati ritracciano le chiuse spogliate di ragioni. Il possibile è nei passi della prima luce, il gesto iniziale nel cessare, l’ultimo esercita il vedere: fendersi dagli occhi e far entrare.

Apro l’oblò della nave e il cielo irrompe in onde sferzanti. La fortezza riaffiora dalla foschia, mentre sfioro le tegole ancora gelide di buio. Il traffico è appena un soffio distante dall’Atlantide d’asfalto, la terraferma chiude nel fazzoletto il vento sul saluto. Il mattino è faro che riaccende in distanza, puttana speranza. Tieni a bada in mente il cecchino del buio, impara ad attendere il tempo passare nel non dare ma eleggere luogo, per sorgere al primo giorno del mondo, nel punto in cui schiude primordiale lo sguardo. Prepara una sedia confortevole all’assenza, nella stanza inarredata, accanto alla finestra. “In fondo vivere è camminare sulle braccia degli amici , sospesi sull’abisso”, mi dici al tavolino di un caffè del centro, mentre tutto l’attorno riprende la sua corsa. “Fanne un verso”. (Il mondo è nato, 2017).

Chiara De Luca

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