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L’era dei barbari

Il nostro è un tempo segnato dalla spietatezza immobile di pixel, in cui l’aumento dell’apparente alfabetizzazione ha prodotto un’emorragia esondante di grandi parole, dichiarazioni d’intenti, rivoluzioni verbali, grandiosi ideali che passano di bacheca in bacheca, di abbandono in abbandono, condivisi senza sentire tra un link solidale e un’auto promozione, per essere rapidamente scrollati e sfociare tra la foto di un piatto di pastasciutta e quella di un gatto, in volo inverso a capofitto nel buio. La tematica ambientale – ovvero la questione cruciale della nostra sempre più minacciata sopravvivenza su questa terra – non subisce un trattamento più degno d’ogni altro residuo dell’umano. Se da un lato il fenomeno Thunberg potrebbe dare l’impressione di un’aumentata attenzione dei media e dell’opinione pubblica al disastro climatico e ambientale in atto, dall’altro – come in ogni altro campo del nostro stentato sopravvivere sociale – le parole non riescono a tradursi in gesti, le dichiarazioni in intenti, le rivoluzioni in verbi e gli ideali sono estinti. La preoccupazione per il destino delle future generazioni si traduce in una gita scolastica, un’allegra escursione, un pic-nic tutti assieme per buttarla in caciara alla miserabile festa dei morti viventi. Gli eroi fabbricati su misura dal sistema non sono altro che cenci contesi tra i grandi contraenti e i cinici e zelanti cavalier serventi che aspirano a sedersi un giorno al loro posto. I discorsi che dovrebbero svegliarci sono anestetici somministrati a intervalli regolari come supposte d’illusione che qualcosa si possa davvero cambiare. A parole. Sono armi di distrazione di massa. Perché ogni azione rivolta all’effettivo cambiamento richiede sacrificio, fatica, solitudine, rinuncia, dolore. Impegno in prima persona fuori dall’ombra confortante di ogni bandiera. Eppure i veri combattenti sono tanti e volutamente sommersi per non essere tritati come i pulcini maschi negli allevamenti industriali di pollame. Circospetti si aggirano nel tunnel sotterraneo di un ridente Non vorrei crepare. Sono Soli ovunque disseminati nel buio a saperli vedere. Nessuno di loro è mai solo. Il tutto sta a chiamare le cose con il loro nome. Fosse pure. Disastro. Ambientale. La chiave è liberarsi della propria vana spazzatura di parole, abbandonarla accanto al bidone, perché qualche affamato la trovi e se ne sfami nella sterminata carestia di senso che assedia i piccoli presidi strappati all’espansione incontrollata del mattatoio sociale. L’essenziale è coltivare la salvifica certezza che il mondo non si può cambiare, ma ci si può scavare almeno un rifugio condiviso e preparare un bunker antiatomico verbale per i dispersi che raccoglieranno la nostra disperata eredità nel futuro devastato che consegneremo loro. Essendo un letterato e poeta autodidatta, Giuseppe Ferrara non si sottrae al compito di nominare il reale, forte anche della precisione che gli viene dalla sua formazione scientifica, ricorrendo al prestito, furto, rimaneggiamento, reimpasto, ardito accostamento tra lingua ‘letteraria’, tecnoletti e linguaggio comune. Il titolo della raccolta è un monito eloquente. Oggi è più che mai necessario differenziare. I rifiuti e le scorie che il poeta produce non sono tutti uguali, ma ognuno ha una diversa consistenza. Bisogna dire l’organico del proprio sfacelo, ma anche il tetrapak del vano. Il vetro affilato del taglio. Le lattine ammaccate dei ricordi. Il legno levigato della morte. Il poeta non può avere una voce soltanto, anche se si consiglia di riciclarne una buona per ogni occasione, che venda e funzioni, almeno tra critici, giornalisti e altri operatori ecologici addetti ai lavori di raccolta e smaltimento nel fast-food letterario. La poesia è un canto corale che chiama a raccolta tutte le anime dell’autore e le lascia risuonare con diversi timbri e ritmi e colori a seconda del clima interiore e delle stagioni che si susseguono nel dentro al cospetto del reale metamorfico che carambola attorno allo sguardo. In Eco Haiku la poesia si fa dardo che va dritto a segno senza edulcorare, mettendoci di fronte all’essenziale del nostro inerte svanire collettivo. In Sei greendecasillabi la lingua si aggrappa alla tradizione per costruire un ponte tra il nostro niente e un futuro che traluce soltanto per visione abbacinante. In Versi solidi urbani il verso riprende la direzione della concretezza dello sguardo sul presente, sulle pietre, le strade, i monumenti – quelli del dentro e quelli dell’attorno – in un dialogo serrato di domande. In Materiale riciclato il verso si distende ed espande per affrontare la tematica sociale più urgente: l’esilio, il meticciato, la disintegrazione dei barbari che vengono in cerca di rifugio e di quelli che una tana se la sono già scavata a mani nude, i sopravvissuti dell’immigrazione interiore, “che conoscono sulla pelle / le false promesse e i falsi dogmi / delle bombe e delle parole dei negozianti”, e sapranno dare ai neofiti due dritte per respingere i lanci di fionda delle monadi schiumanti e andare come fulmini in Base. In Undici haibun ecosostenibili la polifonia delle sezioni precedenti confluisce nell’assolo della prosa in versi, per poi condensarsi nello sparo del finale sul bianco. In 5 outa indifferenziati abbiamo già fatto il nostro dovere: ora possiamo cominciare a sognare nell’indifferenziato amore di ciò che della Natura che abitiamo e siamo è stato risparmiato dall’allegro massacro dell’umano.

Chiara De Luca, postfazione a Raccolta differenziata di Giuseppe Ferrara.
In uscita per Edizioni Kolibris.

da Eco Haiku

da Sei Greendecasillabi

 

III
Colma d’amaro la Terra è un calice
di un cristallo fragile di ghiaccio
l’aperitivo va servito freddo
neanche per un’oliva c’è lo spazio.
Da sciogliere sarebbe l’insoluto
per risolvere ciò che è disciolto.
Se il calice è sempre rabbocato
tutto l’amaro viene vomitato.

 

 

 

 

Da Versi solidi urbani

 

In una rara sera
…in una rara sera da corso celeste
si scorge la via lattea su
Ercole Primo d’Este
nastro di nebbia
che c’impacchetta stretti.
Avverto distratto
la stessa frescura antica
d’ere glaciali
e mi lascio sfiancare
dal vento che zufola
domande alle risposte
l’aria dei monti alle mura
e i pollini ai fiori di pianura

 

 

 

 

Da Materiale riciclato

 

L’era dei barbari

L’era dei barbari è giunta
finalmente,
dei barbari che hanno nelle orecchie
gli schiocchi della frusta
di quelli che hanno navigato
senza mai affogare
volato senza mai cadere.
L’era dei barbari è giunta
finalmente,
di quelli che conoscono sulla pelle
le false promesse e i falsi dogmi
delle bombe e delle parole dei negozianti
di quelli che hanno supplicato i conquistatori del Verbo
implorato gli inquisitori del Vangelo
invocato i colonizzatori del Paradiso.
L’era dei barbari è giunta.
Finalmente.

 

 

 

 

Da Undici haibun ecosostenibili

 

Haibun dopo una pre-visione
La neve finalmente ce la fa, cade, polvere di luce, sulle strade, sabbia senza secchiello e formina per il castello. In pianura la neve fa il rumore di una tamorra enorme. Le macchine si grattano come cani. Non riconosco orme familiari e le casette per gli uccelli sono sorvegliate da gatti gelati dal freddo cane. Non riesco a sopportare i fiocchi che non vogliono giocare e le carote che si nascondono nel frigidaire. Il freddo è più freddo che il capodanno a Rifreddo. Il quotidiano locale esalta l’eccellenza della visione e mette tutto in chiaro. Intorno alla stazione si organizza il traffico con la supervisione del boss nero ingioiellato d’oro con la pelliccia di visone. Sulla panchina un clochard disoccupato lungamente muore.

bianca visione
il cielo si riempie
da cima a fondo

 

 

 

 

Da 5 outa indifferenziati

 

Sopra tre mari
s’affaccia il santuario.
Fuori al gelo
un melo di montagna
dal Carmine* s’invola

 

* La Madonna del Carmine è un santuario che sorge sul cosiddetto Balconcino della Basilicata, il Monte Carmine, una delle zone del sud Italia più panoramiche, poiché offre una vista mozzafiato. Si possono, infatti, scorgere paesi e monti della Puglia, della Campania, del Molise, dell’Abruzzo, e di tutta la Basilicata e nelle giornate terse i Mari Adriatico, Tirreno e Ionico.

Photo by Chiara De Luca

Giuseppe Ferrara, nato a Napoli, è cresciuto e ha studiato a Potenza. Dopo la maturità conseguita presso il Liceo-Ginnasio “Quinto Orazio Flacco” del capoluogo lucano, si è laureato in Fisica all’ Università di Salerno. Vive e lavora a Ferrara come fisico in un Centro Ricerche privato. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia : L’Orizzonte degli eventi (Este Edition, Ferrara 2011); segnicontroversi (Edizioni Kolibris, Ferrara 2013), Appunti di viaggio di un funambolo muto (Tracce, Pescara 2016) e Il Peso e la Grazia (96 rue de- La- Fontaine Edizioni, Follonica (GR) 2018). È presente anche in diverse antologie tra le quali I poeti del Duca- Excursus nella poesia contemporanea di Ferrara (Kolibris Edizioni, Ferrara 2013); Riflessi, n°40 (Pagine, Roma 2015); Il mio mandala-Antologia 114 haiku (Collana Cascina Macondo, 2015) e Folate di versi (Paolo Laurita Edizioni, Potenza 2019). Scrive di poesia e altro sul suo blog Il Post Delle Fragole e collabora con Edizioni Kolibris di Ferrara.

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