Facebook

Maria Borio, Trasparenza

 

Trasparenza

 

I

Le foglie e i ferri traslucidi stringono a metà un punto luce:
ha catturato le ore come cadono in noi se iniziamo a contarle

quando il mare si alza. Il mare è davanti come un orizzonte verticale:
si scioglie senza profondità, sembra certe parti di noi

che evaporano nei contatti umani, diventano verticali.
Il mare è davanti e nel punto luce tra foglie e ferri

vuoto di bene e male se lo guardiamo come il margine di un
metronomo – in ogni riflesso un’ora, in ogni ora un’immagine.

Il mare è davanti a noi, noi siamo davanti al mare.
Nell’acqua trasparente immaginiamo pesci-ago,

tutto è una notte che galleggia nell’alba – nel fondo
cadono foglie e ferri, si incontrano l’alba e la notte.

 

 

 

 

II

Sembra di potersi stendere in questa prospettiva:
tra le foglie e i ferri brilla oltre la sbarra curva

con gli argini mangiati e ora lì, un’archeologia
uno specchio delle piante che difendono gli embrioni

dei frutti e puntano i bordi seghettati delle foglie
al metallo come a un mare.

Il ferro incandescente sotto il sole allora è il mare
come un uomo che immagina se stesso il mare e io

lo tocco nell’ombra che si muove, una lama
sopra la pelle. I frutti acerbi e i pensieri si staccano

mentre ci assottigliamo, diventiamo verticali –
i frutti e i pensieri geminano contro l’orizzonte.

Il mare è davanti, la collina senza prima né poi:
in mezzo siamo diventati ore e immagini.

 

 

 

 

III

In ogni riflesso un’ora, in ogni ora un’immagine:
tra la collina e il mare hai trovato un posto puro

appartiene a te, ma potrebbe esistere in ognuno,
lo spazio regresso dietro le ossa dove tutto

per un momento può esistere verticale. In alcuni
questo spazio è aperto dalle perpendicolari

di case, binari o dal modo in cui in un video il colore
del metallo si lega al cielo: lo spazio dove la pelle dei frutti

che maturano è quello della pelle che invecchia,
la muta di un animale spaventato mentre invecchia.

La planimetria di un quartiere si dirama, una stanza
di voci, gola sola dentro lingue dense…

Questo, come il posto di ognuno che è l’individuo
e trascina dalla riva del secolo il mito che ognuno è solo

individuo. Ti vedo contro il centro della stanza,
la bestia fiuta il cibo o il predatore,

la moltitudine che è cibo o predatore e la sua pelle
suona come una muta, lascia uno strato

un altro e ogni nuovo giorno cammina con una pelle
nuova sopra il posto interiore che invecchia –

ognuno consuma il suo individuo. Fuori le voci
arrivano sintonizzate agli angoli della stanza

e forse si sente anche il punto in cui il suono sembra
una prospettiva verticale, ma sprofonda in ognuno

che è l’individuo, il mito immobile al centro:
ognuno se stesso solo.

 

 

 

 

IV

La pelle dei frutti è diventata rossa. Il palo dei fili elettrici oscilla.
I frutti trapassano il vento come un filo a piombo.

C’erano le tue idee sparse sopra l’orizzonte, ti fanno apparire
così umano e fragile: è il segreto di ogni uomo, l’archeologia

di ognuno: trapassare quello che si vede e se stessi in quello
che si vede – unire la collina e il mare in un solo punto luce

e gli incroci e le piazze agli angoli della stanza, gli angoli
in un solo punto luce che sono io – e lasciarlo andare,

metro dell’illusione di vivere per sempre… Così alcuni
vedono in questi frutti acerbi figli che portano geni,

altri nomi di strade scavati su targhe di pietra
per salvare il fantasma che chiamiamo io.

Ma c’erano due frutti quasi maturi in cima,
al confine della vista tra collina e mare,

due sfere traslucide, un pensiero di vita infinita –
e la tortora se li è portati via, una dolcezza aguzza.

Il mare è davanti. La tortora ha paura di noi,
non del mare. Noi temiamo il mare, non la

tortora. Volevamo ucciderla perché
ha mangiato i frutti – ci ha uccisi il mare:

la vertigine dell’orizzonte verticale, l’ansia
impura di noi – dell’immortalità.

 

 

 

 

V

Per ogni occhio che guarda le stelle in ogni occhio
aprono una prospettiva. In questo spazio, di notte,

foglie e ferri assomigliano a organi che rallentano
il battito, rompono i miti. La solitudine è un’ansia umana

di immortalità? Sta appoggiata al mare e a una morte,
ci fa toccare come si toccano le luci dei pescherecci

quando si staccano dal porto e in fila bucano il punto di fuga
nero, verticale. Anche il mare va a fondo in sé e noi a fondo.

 

 

 

 

VI

Il mare è davanti. La luce della mattina si sgrana,
ci trasforma nei punti di fuga di una prospettiva rovesciata.

I frutti cadono, ci attraversano i pensieri,
si depositano sopra le ossa e i pensieri si gonfiano

in alto resistenti nell’aria di fine estate, sfere dove
le proiezioni di molti uomini iniziano a scambiarsi

fissandosi dentro la luce mentre mare e terra
raffreddano. Inaspettatamente possiamo diventare

freddi appoggiati su onde e nuvole fredde.
Intorno, il posto adesso è trasparente.

Intorno, è il posto interiore della paura e della verità.
In mezzo, le sfere dei pensieri sono libellule:

si accoppiano e i frutti cadono, dicono
cosa siamo, come ci siamo immaginati.

È mattina: è tornare l’uno di fronte all’altro
– essere la prospettiva fragile e forte

per chi ci ha abitato, chi ci abita.

 

Dal Corriere della Sera

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: