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Mary Montague, Black Wolf/Lupo nero

Black Wolf

Real this time. Not
myth-broil, story-weave,
to thicken the pearl of imagination,
make the personal fabulous,
survivable; but bought
with common currencies—
work, time, technology—
distilled to a series of steps:
go to Minnesota; get in a Cessna;
follow the clicks of a radio-collar.

Still, the dark wolf of the mind
is less a surprise
than the wolf of the North Woods.

As the aircraft roars to search height,
terrain becomes a mange of shadow
and snow, thick pelt of spruce, fir,
stippling to bristles of aspen and birch
that bald to the clean-edged blankness
of snow-smothered frozen lake.
Under the plane’s wings, flat
antlers of antennae listen for signals
from the Moose Lake pack.

This high, trails are broken capillaries
fretting the lakes’ white faces: furrows,
skims, that mark how an animal ploughed
or leaped through chest-deep snow. Once,
a tiny silhouette: a white-tailed deer
like a decoration stencilled on seasonal icing.

Approaching the recognised territory of known
wolves, but miles from where telemetry
will translate sound into sight, the voice
of the pilot, a casual shout, oh there’s one,
and the plane banks giddyingly
to slide the wolf into view.

Call it coincidence, call it
what you will. The mind closes,
hisses, that what it conjured
and what’s out there
don’t converge like this;

the world is not made
to give signs and wonders;
has its own laws, its own
necessary evolvings.

It is not there to provide personal comfort.

And then it does.
So you made it to wolf country.
You were promised a sighting.
Now there’s your black wolf,
uncollared, on an open plain
of lake. Your retinas burn
as sun switches on the snow.
This is not the same. The animal
is slightly ludicrous as it leaps, furious,
rump swivelling in a push for altitude,
head agitated to see off this infernal
noisy bird that holds you in its bowels.

Which is the true wolf? The one
you made up? Or this large wild dog
dancing in vigorous useless challenge?

The pilot pulls away, flies on to the named
numbered tracked pack we’ve come to see.
The wolves are bedded, curled like walnuts.

On the sickening return, your eyes cast
for where a snow-bruise breaks a long
thread between the cover of trees;

where the song of the mind was greeted
by the dark flesh of the world.

Lupo nero

Reale questo tempo. Non
brasato di mito, tessuto di storia,
per addensare la perla dell’immaginazione,
rendere straordinario il personale,
tollerabile; bensì acquistato
con moneta corrente–
lavoro, tempo, tecnologia–
distillati in una serie di passi:
vai in Minnesota; entra in una Cessna;
segui i clic di un radio collare.

Ancora, il lupo scuro della mente
è meno sorprendente
del lupo dei North Woods.

Mentre l’aereo romba per prendere quota,
il terreno diviene una scabbia d’ombra
e neve, spessa pelle di abete rosso, abete,
che si sfoglia in setole di pioppo tremulo e betulla
spogliati nell’affilata vacuità del lago
gelato sotto un liscio velo di neve.
Sotto le ali dell’aereo, piatte
antenne ascoltano i segnali
dalla banchisa di Moose Lake.

Da quassù, i sentieri sono capillari rotti
che sfregiano i visi bianchi dei laghi: rughe,
graffi, segno che qualche animale ha attraversato
la neve alta fino al petto o vi ha saltato. Una volta
una minuscola sagoma: un cervo dalla coda bianca
come una decorazione stampata sul ghiaccio di stagione.

Avvicinandomi ai territori noti dei lupi
conosciuti, ma a miglia da dove la telemetria
tradurrà il suono in vista, la voce
del pilota, un grido casuale, oh, ce n’è uno,
e l’aereo inclina vertiginosamente
per spingere il lupo nel campo visivo.

Chiamala coincidenza, chiamala
come vuoi. La mente si chiude,
sibila, ciò che aveva evocato
e quel che c’è là fuori
non convergono così;

il mondo non è fatto
per offrire segni e prodigi;
ha le sue leggi, le sue
necessarie evoluzioni.

Non è là per fornire conforto personale.

E poi lo fa.
Così lo hai trasformato nel paese dei lupi.
Ti avevano promesso un avvistamento.
Ora c’è il tuo lupo nero,
senza collare, in un’aperta piana
lacustre. Ti bruciano le retine
quando il sole frusta la neve.
Non è lo stesso. L’animale
è un po’ ridicolo mentre salta, furioso,
col sedere che ruota nella spinta per elevarsi,
scuote la testa per sottrarsi alla vista di quest’infernale
rumoroso uccello che ti tiene dentro le viscere.

Cos’è il vero lupo? Quello che hai
immaginato? O questo grande cane selvatico
che danza in un’energica inutile sfida?

Il pilota si allontana, vola sopra il branco nominato
numerato tracciato che siamo venuti a vedere.
I lupi stanno dormendo, acciambellati come noci.

Sulla nauseante via del ritorno, i tuoi occhi
cercano il punto in cui un livido di neve spezza
un lungo filo tra le calotte degli alberi;

dove il canto della mente fu salutato
dal lampo scuro del mondo.

Da Mary Montague, Tribù, Edizioni Kolibris 2013
Traduzione e introduzione di Chiara De Luca

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