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Matteo Vavassori, Disincantare

 

palming sunning

le palpebre: onde
vibrazioni che si propagano
esplodono in altre onde
onde dell’aria dell’acqua

onde d’un campo di grano

rifratte spezzate frattali
sono le mie palpebre
centri di forze, righe come raggi
campi magnetici increspati
nuclei energetici
cerchi marini concentrici
cerchi a raggio infinito
palpebra palpitante, palpebra che palpa
palpebra polposa spolpata spelata

 

 

 

 

 

analessi

Occhi cuciti – Spenti fanali
Bocche serrate/seghettate – Riarsi canali

analcolici, anallergici, analgesici
… son mobili i limiti: analogici,
perse le connessioni, come le acque
che sfuggono da mani bucate…
perché quella voce non tacque?

Volcanale, fuori le mura
pira per salme e armi
Templi dispersi sparsi
negli spazi aperti
al di fuori dei centri
– fetori e tremori –
tra miasmi fetidi zaffate
in pianure zolfatare

Analizzan(te)/(do) autosociopsicoanalisi
non un banale baccanale:
è Vulcano posto al limite
od oltre autofagocitato fagocitante
gli esogeni divoratore protettore

 

 

 

 

Termocoibenza

Passione/pressione negativa per eccellenza
serra varchi, crea carenza
di spazi, angustia, ristrettezza.

Ma può nutrire l’atro umore
alle volte svegliare dal torpore
pungere come aculeo, puntuto dolore

È un invito alla gioia la tristezza?
Come un acre o sgradito sapore
invoglia a edulcorare, alla dolcezza.
Mostra volti e oggetti con nettezza
realismo depressivo: provvisoria chiarezza

 

 

 

 

 

La ragazza

felpa col cappuccio, leggings,
cominciò a parlarmi
sul marciapiede fuori
dal bar … non era pazza
ma – subito compresi – fuori
di sé. L’high da eroina
dà la parlantina
mai l’avevo vista prima
ma mi disse dell’avventura marocchina
di quando andò a farsi
con roba pura, roba di prima,
buona, non piscia di gatto,
io non ho capito, non ero tanto fatto
ma mi interessava
quella corrente continua
di parole dalla bocca disseccata
arida gommosa impastata
subito dimenticai il più
di ciò che raccontò
mi basta però quel po’
che rimembro, l’incontro
assurdo non lo scordo
e il ragazzo con cui stava,
lì a distanza nell’ombra,
giovinetti entrambi
poco più che bambini mi sembra
cuccioli, piccoli monelli,
sfuggiti fanciulli dalle braccia materne
per tentar di tornare alle acque materne

 

 

 

 

NS

fuoco sei fuoco resterai
effetto termico
materia polverulenta vorticante
giostra illimitata irrefrenabile
da guardare osservare rimirare

mirabile spettacolo ridicolo
– ridere riso sguaiato, sgomento –
porto di Abdera o cattedrale

turbinio informe e mobile
di onde luminose disperse
di parti impartibili sempre dovunque
mai in nessun luogo
sempre la stessa metamorfosi
il medesimo cangiare
Adeano o arcata bruciata
abdicare a ogni eredità e a ogni dissipazione
ossidazione violenta combustione
non sapere di sapere di non sapere
(di)
o forse insipido non sapere nulla

 

 

 

 

il verbo che fuoriesce
dalle labbra non sgorga
in maniera spontanea ma
riporta e ripete
quello del suggeritore

a ogni essere umano
visibile è aggrappato un
essere umano invisibile
la cui bocca dentata
e umida sta a poca distanza
dal padiglione dell’altrui orecchio
a dettare le parole da riferire

con sguardo fisso
sull’ambiente circostante
che appare privo d’ogni
connotazione e(ste)tica,
neutro, indifferente
come la polvere spinta
dai venti sulle superfici
d’altri pianeti

 

 

 

 

ponti

una crudeltà indifferente
come una macchina enorme
tanto grande che
un solo sguardo non la racchiude
nella sua interezza
o una divinità distante indecifrabile remota
che tutto mastica tutto lacera tutto tritura tutto inghiotte tutto distrugge

eserciti di turisti
assediano saccheggiano
mettono a ferro e fuoco

non esiste alcun legame
non v’è parentela
tutte le cose sono estranee
le une alle altre

 

 

 

 

ho smarrito le mie mappe psicosciamaniche
erano in una busta di finta pelle marrone
le ho smarrite svariati anni fa,
in epoche antiche, ma è solo stamani che,
nel dormiveglia agitato, me ne sono avveduto
le avevo vergate con penne a sfera
impugnate con mani ormonali
con dita lubrificate con il cervello
gonfio e infiammato che premeva
contro le piatte ossa del cranio
ora saranno, penso, in qualche
luogo oscuro come gomitoli stretti
in un paniere forse le ritroverò
quando le avrò obliate o forse qualcuno
ci si specchia e rimira il proprio volto

 

 

 

 

automi preistorici

sono macchie a colori
variopinte liquide
cerchi sui vetri e onde
non visibili che buttano a terra
impediscono di rialzarsi
sii tanto coraggioso e codardo
da accettare e non protestare
o proferire verbo

 

 

 

 

Non dedicate facciate di palazzi o di grattacieli
a raffigurare i morti e nemmeno monumenti,
non sprecate nemmeno uno dei vostri momenti:
essi hanno caratteri volatili, sono evanescenti.
Non affannatevi a ricordarli, non celebrateli,
non siate aracnidi, non state a tessere ragnatele
di ricordi o memorie, le loro facce dimenticatele.
I morti sono immagini, simulacri dipinti sulle tele
della mente, vendono moneta falsa, esseri ingannevoli.
Non possono aiutarvi o confortarvi, sono impalpabili,
non destinate loro energie: di aiutarli non dovete sforzarvi
non vi daranno attenzione, non si degneranno di ringraziarvi.
I morti vanno fatti a pezzi, divorati e digeriti
non c’è bisogno di altre cerimonie o di altri riti.

 

 

 

 


Matteo Vavassori. Nato nel 1979 in Brianza, me ne allontano quanto prima, subito dopo il diploma classico. Conduco studi di Filosofia a Bologna, dove entro in un circolo di studio raccolto attorno alla cattedra di Storia della Filosofia contemporanea, tenendo anche alcune lezioni in Università sui rapporti tra pensiero e arte. Trasferitomi a Milano, trovo impiego in diverse realtà dell’editoria e della comunicazione. A partire dall’inizio del 2015 comincio a trascrivere dei componimenti che mi si presentano alla mente in maniera spontanea. Nel 2020 una mia raccolta intitolata Disincantare è risultata tra le 9 opere inedite selezionate per il Premio Nazionale Elio Pagliarani 2020.

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