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Moderno elegiaco. Per Henry Ariemma

 

di Plinio Perilli

 

In tempi frettolosi e digitali – oltretutto pandemici, drammatici e imperiosi – di diniego all’elegia, di dissidio con l’elegia – arriva ora questa balda, ispirata e ipersensibile memoria in progress di Henry Ariemma, a riconsacrarla, onorarla nello spartito e nell’ordito di un poemetto amoroso (noi così lo leggiamo, lo salutiamo in affinità), orchestrato e cadenzato in denso fervore di continuum: piccolo, nostalgico rito ma anche ondeggiante, sommossa Recherche di un Tempo Perduto, e infine Ritrovato, col suo giovane, trafelato ma impavido affanno.

Parlavamo di grandezze…
Non per il cielo e il mare
o comprovate irrealtà
matematiche di mattoni
scollati per un senso.
Parlavamo di grandezze
per biblioteche perse
alle bruciate parole
più eterne del restante
che non entrano nella vita?
Parlavamo di grande cuore…

(I giovani cuori parlano sempre del Grande Cuore)…
Recherche che lo rapisce e lo infebbra – oggi come se fosse ieri, nei suoi anni di studio, nel labirinto e nei percorsi, nel romanzo medesimo d’ogni Università; e in essa, quegli amori allora anche acerbi, o eccessivi, o irrisolti, che sembrano quasi un compenso d’ogni malessere, la panacea per il Mondo cinico e baro: e invece poi magari innescano altro malessere, altro dissidio, sotto le ali spalancate o stravolte, sinuose o irrigidite del grande Amore eccedente, eccessivo:

Quando ci tolgono tutto
abbiamo altre libertà
ed ogni grado del togliere
avvicina nostro sentirci
dentro alle parole ripetendoci
soli a pensiero oltre finestre
e cieli negati per dire
a chi toglie per conformare
che è al limite di pelle
questo contraltare di parole.

Così Henry Ariemma – appassionato, moderno elegiaco – riesce a non trascurare, non rinunciare all’Elegia, ma infervorandola tra cosmo e linguaggio, cronache esistenziali ed odissèe emotive. Assurdo che i nostri tempi abbiano talmente in sospetto questa confessione, quest’impennata di pieno lirismo da impedirsela spesso come una vièta sopravvivenza romantica: mentre significa e sublima, viceversa, un denudante punto d’arrivo, un approdo dell’Io al rispecchiamento d’ogni altro sé, a cominciare dal destino dei nostri cuori, e dalla dedizione a chi ci è Musa, a chi ci chiama a scrivere, consacrare l’amore.
Amor ch’a nullo amato amar perdona… non è solo – forse – il verso più bello di Dante: è un giuramento continuo e inestimabile (l’Amore che non consente, non permette che uno che sia amato non riami, ricambi l’amore – vecchio stilema ripreso peraltro dal trattato dugentesco di Andrea Cappellano: Amor nil posset amori denegare), è la formula, il comando e il Credo che il corpo riceve e ricava dall’anima; e quest’ultima, dall’intelletto d’amore che presiede a tutto, ci è nume e fulcro e antìfona cadenzata in versi. Ognuno ha e sceglie, ricrea i propri…

Henry lo cerca sempre e ci prova anche qui, con certe sue lampeggianti quartine che accordano quasi il cielo e la terra, mimando e misurando delle coordinate trigonometriche che potrebbero ingabbiare, fermare e raggiungere perfino l’infinito. Se l’amore ci ricambia o ci abbandona in un solipsismo che può sospingerci, addirittura, ad un Poema senza eroe, per dirla con Anna Achmatova: o in questo caso senza eroina, il che sarebbe anche peggio…

Aspettare è il verbo
mancato perdono: vita
per chi vuol viverla
e rubata regno ai giusti.

Un infinito che nemmeno la fisica può più motivare, comprovare se non a sterile formula – e solo la poesia (Ariemma lo sa, ci riesce) giunge talvolta a navigare o volare o correre o passeggiare, forse è lo stesso. Un’infinità che rinasce sempre, dentro se stessa e da se stessa, e non possiede le mere sostanze ma incamera l’essenza, non s’impossessa dei beni ma proclama, effonde o infibra il Bene:

E per altre rivoluzioni d’anima
si rimane se stessi ancora,
più veri per perdere nel mondo
insincero del possesso.

*******

Un’elegia piena, che ingloba tutto, sogno e realtà, ironia e struggimento;
cadenza e destreggia i fatti come alchimie avvenute ma che ancora rifioriscono: ombre e luci in pari misura, gioia e dolore come se sempre, infatti, rimassero, crescessero e sdoppiassero un confine che è trasparenza, vita che è chiamata solo a viversi, a viverci (diceva un vecchio titolo di Henry del ‘16) Aruspice nelle viscere…:
A creare dolore,
alimento ormai
d’anime perse:
l’amare senza un totale
dei corpi ma a valore
che cresce e sdoppia,
ramo nei rami
a riempire il cielo.

Ed è un’elegia inesausta e disperata di purezza: come Bellezza inseguita e cantata allo stesso tempo, dalla parola al silenzio, per fare egualmente Linguaggio, comunicazione e riassunto d’anima, pur quando l’anima (per fortuna?) si è persa, e non può riassumersi, fare fretta a se stessa, banalizzare il mare che la culla, la sostiene o la squassa. Quando anche una carezza è un maremoto, ed uno sguardo un tornado: così come il sogno o la pretesa di un bacio (e cosa conta darselo, trasvolarlo accaduto, se si è cementato, sublimato a sogno?). Nel gioco serissimo del… conoscerci smascherati…

E non c’è stato desiderio
o volere, giorni vissuti pieni
in purezza al fare insieme,
conoscerci smascherati
per bellezze levigate pietra
o verdi accumuli di fiori
in cammini d’alberi al fiume
– placido come mare d’estate –
sole e notte al canto,
memoria e sogno di vita
che non hai più detto,
sei stata questo silenzio.

Ci ha dato un altro libro forte e suo, Henry Ariemma (classe ‘71), contaminatore e affabulatore come pochi della sua giovinezza via via resasi esperta – e che ormai è giunta al bilancio dei 50 anni, al mezzo secolo, come un lungo referto/poema, libro dopo libro, di cui l’eroismo è proprio questa voglia intatta, incorrotta d’elegia, questo esserci sempre sia per i sogni che i bisogni della Poesia.

W.W. ovvero Dama maravigliosa – ecco il titolo, che poi resta, insieme, una sigla e una dedica: “Wonder Woman”: proprio come il film del 2017 diretto da Patty Jenkins con Gal Gadot, basato sulla supereroina dei fumetti DC Comics, e al contempo già Diana principessa delle Amazzoni; potente contro l’assurdità d’un mondo sempre in guerra, tra il Male e i profitti, le ignominie correnti e quelle strategiche… Un personaggio ampiamente fumettistico, da film insieme d’azione, fantascienza e fantasy, dove però l’amico Ariemma gioca a far da schermo – schermare – una storia ardua e comune, la vecchia e imperitura casistica del Grande Amore non ricambiato, inattuato ma lievitante, in grazia esplosogli dentro…

Ma sei stata tu l’amazzone
scintillante d’aquila al bordo
dei seni primo amore
avvicinando di stelle vestiti
rosso fiore al celeste degli occhi:
ogni movenza in fascino e forza
è salto d’onda al bruno dei capelli,
ballo al sorriso nel laccio che avvinghia
l’aspettare il tirare d’avvicinare a te
per verità d’amore a cui non sei pronta…

E non affidiamoci, recludiamoci troppo nelle parole, coi significati che la coerenza usuale – il regno dei luoghi comuni – vuole sempre sommare e computare come un banale calcolo algebrico, una semplice e vièta sommatela… In realtà, si è sempre pronti, alla verità assoluta dell’amore – oppure e al contempo, non lo si è quasi mai. Perché la verità, oh, sì, si sposta, si sottrae, ci scivola via, ci deride e ci ammaestra di ombre fugate, scacciate e dissoltesi nell’Impero, nel Volo della Luce.
Quest’Amore irrisolto e celebrato, imploso e categorico, fumoso e martire, raggiante e sfotticchiante, assetato assolato petroso, e magnanima muschiosa sorgente – è il luogo arioso e arcano, il tempo immemore e metafisico della Poesia. W.W. è ogni sua (o egualmente nostra) Musa Inquietante, ogni fidanzata irraggiunta o perfettamente, dolcemente incontrata nel dechirichiano, annoso, secolare ma sempre nuovo Enigma dell’Ora…
E il tempo verrà
a cancellare utopie,
distopie del disperdere
con gesto per case
e campane a riempire di sogni
realtà per chi vuol sognare…

La poesia che non esiste se noi non ci crediamo, ma ci confida sempre le sue parole e i suoi sogni; e non ci lascia mai inabitati, trascurati, reclusi nelle idiozie del burocratese che avanza e vige e resta: virtuale o in presenza ORA È LO STESSO.

Ma se non è l’amore, non è il vento
a gonfiare le vele si rimane
soltanto sale a galleggiare forme
del non portare dove deve
e finire presto.

Mentre l’Amore, e con esso la vera Poesia, davvero non finisce mai, e ci porta sempre sempre dove vuole, o magari anche speriamo: sale che non è mai troppo salato, e può correggere, zuccherare, sopportare e farcire ogni dolore:

a gonfiare le vele si rimane

girare a sé
stessi danzando
al cerchio ebbro
matasse nel cuore?

Parole o gesti o strofe o immagini – quest’elegia, ogni elegia le contiene, li assomma e parcellizza tutti: soli al pensiero oltre finestre / e cieli negati per dire…
Ed Henry Ariemma ce l’ha detta tutta, questa verità tutta sua che più non gli appartiene, se ora è diventata un po’ anche nostra…

Plinio Perilli, postfazione a W.W. ovvero Dama maravigliosa di Henry Ariemma
In uscita per Edizioni Kolibris

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