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Ogni riccio è un mortacci

Voi con gli spaghetti in testa non potete capire lo strazio. E neppure voi ondulati alla vorrei ma non posso. Il momento di lavare i riccioli è esiziale. Salvo imprevisti diluvi universali, attacchi aerei di piccioni, incendi dolosi di neuroni, esercitazioni cinomilitari su terreni paludosi, il settimo giorno è quello ideale. Perché lavare i ricci è come disfare un’opera d’arte alla quale hai lavorato per una settimana alacremente. (Deve essere successa la stessa cosa a Dio, altrimenti la piega che hanno preso le cose il lunedì della settimana successiva non si spiega). Soltanto il legittimo proprietario può interagire in modo efficace con i suoi ricci, assecondarne il carattere e il tono dell’umore, soddisfare le attitudini e le aspirazioni di ciascuno. Lo dimostra in modo lampante il fallimento di tutta la stolta fraseologia distorta che troneggia a tradimento sulle scatole dei trattamenti dedicati alle teste ricciute: promesse, e annesse lusinghe, che nessun essere umano sarebbe in grado di mantenere, tipo domare/gestire/disciplinare/controllare/ravvivare… i ricci. Che assurdità. Ogni riccio vive di vita propria. Ogni riccio è un mortacci. Sticazzi dei vostri mezzucci. Ogni boccolo è un moccolo. Non ti resta che cercare di persuaderlo con le buone, mostrandoti paziente, servile, suadente e gentile. Devi esporgli il tuo punto di vista con riserva, suggerirgli le cose con garbo, fornirgli motivazioni plausibili, consapevole del fatto che lui farà comunque di testa sua – che per inciso sarebbe anche la tua –, rassegnato al fatto di non poter prevedere l’aspetto che deciderà di assumere dopo il lavaggio. Non devi scoraggiarti se all’inizio sarà quello di Mafalda. Giorno dopo giorno, la tua testa prenderà la forma che gradiranno imprimerle guazza, nebbia, pioggia e vento. Ogni singolo riccio sarà forgiato dagli elementi, per assumere la struttura che il fato e gli agenti atmosferici avversi avevano deciso per lui fin dal primo shampoo. Il dramma è che nessun riccio sarà mai uguale all’altro. In una testa riccia nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Immerso nel crogiolo della vasca, eroso dal termoclastico getto della doccia e levigato dal timido tocco dei polpastrelli prudenti, il magma dei tuoi ricci si compatterà in complesse geometrie, per cementarsi in nuove imprevedibili conformazioni. È per questo che, prima di ogni lavaggio, mentre ti congedi dai tuoi ricci a uno a uno, un’intensa nostalgia del presente ti vince e ti fa prigioniero, al pensiero che non li rivedrai mai più in futuro. Dopo il lavaggio, si reincarneranno in nuovi ricci, che dovrai predisporti a conoscere ex novo, scrollandoti di dosso la saudade dei ricci che furono. Imparerai a interagire con loro singolarmente, con grande inventiva, resilienza e spirito di adattamento al loro umore del momento. È per questo che, prima di lasciarli andare, ti soffermi su quello che ti stava più a cuore, quello che 90 km di corsa settimanale avevano trasformato nel Cavaturaccioli migliore, il cavatappi per antonomasia. Avevi anche iniziato a chiamarlo per nome. Gli avevi dedicato un madrigale. L’avevi protetto dal passaggio nel collo troppo stretto del maglione, anche quando eri in ritardo per uscire; da chi – con prossemica protervia e sommo sprezzo del distanziamento sociale – tentava di esercitare indebita trazione sulla molla elicoidale, per sottoporla ad armonica oscillazione; dal gatto che ti ci faceva il pane la sera, ronzando come un alveare in pieno cenone di Natale; da chi l’avrebbe voluto per ricordo da tenere sul comodino col tuo scalpo; dal cane, che quando ti mangia i capelli poi gli resta la cacca appesa a un filo, che sarai tu a dover recidere a mano. E ora devi dire addio a tutti loro. Devi prepararti ad accoglierne gli eredi, che il vento modellerà a suo piacimento, in nuovi arcipelaghi di stelle filanti. Puoi solo sperare che somiglino un poco agli astri estinti.

21-22 novembre 2020

Chiara De Luca

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