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Pat Boran, Che cosa facevamo in vacanza

Che cosa facevamo in vacanza

Forse è proprio a questo che serve la memoria: immagazzinare cose finché non sei abbastanza vecchio per comprenderle.
Eravamo in sette, cinque bambini, mamma e papà. Penso a una giornata di sole del luglio 1970. Mamma indossava gli occhiali da sole; papà, ovunque fosse andato a finire, una camicia a maniche corte. Avevamo spazzato la casa, staccato tutte le spine, chiuso a chiave e catenaccio la porta principale, e ora, ammassati nella nostra vecchia Ford Consul malconcia, trattenevamo il fiato in attesa che arrivasse papà.
C’era sempre qualcosa in quell’ultima tazza di tè prima di partire cui trovava impossibile resistere.
E poi arrivò. Ed era estate, perfetta estate, e noi eravamo infine partiti per le vacanze, diretti alla favolosa e mitica città di mare di Tramore. Più Trash si Muore, diceva mio padre, sprezzante, ma neppure lui riusciva a nascondere il suo affetto.
Fu nel centro di Kilkenny che avvenne, cosa che sembra ironica adesso, essendo Kilkenny la città natale di mio padre. Credo che stessi cantando Tutti gli anatroccoli, per la gioia di mia madre e il mio crescente imbarazzo quando, senza preavviso, come un pianoforte da un cielo di cartone animato, la portiera posteriore destra dell’auto semplicemente cadde in Lower John Street, e mio fratello l’avrebbe quasi certamente seguita se non fosse stato per le rapide mani di mia sorella.
Papà frenò – che significa calciò giù, duramente, il pedale di mezzo. L’auto si fermò. Poi ce ne restammo seduti in silenzio, un’intera strada, un’intera città in silenzio attorno a noi, mentre la portiera della nostra Ford Consul azzurro cielo vibrava fino a fermarsi sulla nostra scia.
Ricorderò sempre la terribile espressione di mio padre mentre apriva la portiera anteriore, scendeva dal sedile e ripercorreva lentamente la strada per recuperarla, la portiera ammutinata.
I neonati lo fissavano dai passeggini; i merli lo guardavano dalle cime dei tetti.
Ma la storia non finisce qui. In modo da fissare la porta per il resto del viaggio – e da non perdere per la strada nessuno dei suoi figli – mio padre estrasse un pezzo di robusta corda dal bagagliaio e – dopo aver incastrato la portiera al suo posto – l’avvolse più volte attorno alla maniglia interna a forma di D. Poi la fece scorrere lungo tutto il sedile posteriore fino all’altra portiera, dove la passò due volte attorno alla maniglia per legarla, poi la tirò fino a tenderla come una cima da ormeggio e la fissò con un nodo stretto. Per raggiungere il sedile posteriore adesso dovevamo arrampicarci e scavalcare dalla parte anteriore.
All’arrivo nell’alloggio che avevamo affittato, mio fratello e io andammo dritti dritti in bagno, ci spogliammo fino alla vita davanti allo specchio e trascorremmo interi meravigliosi minuti ammirando i segni della corda che svanivano sulla nostra pelle.
Quello che ricordo è la nostra gioia assoluta, frammista a quello sguardo negli occhi di mio padre, un primo sentore di debolezza che adesso posso chiamare vergogna.

da Pat Boran. The Invisible Prison. Scenes from an Irish Childhood
Dedalus Peass 2009, 2018

L’edizione italiana è in preparazione per Edizioni Kolibris
Traduzione e introduzione di Chiara De Luca

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