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“Quante infanzie sono state consumate?”. Su “Credo” di Chiara De Luca /“How many childohoods have been consumed?”. About “Credo” by Chiara De Luca.

“Quante infanzie sono state consumate?”

Di Elio Grasso


Diverse contraddizioni si scoprono, laddove non si rinunci alle manifestazioni della parola (e pur rasenti al ritrovarsi discordi e in solitudine) restando all’interno della poesia di fronte al credo: qui elementi di sacro e profano si alleano perché le nostre falle diventino visibili. Visibili le cose che non tengono della nostra anima, e quanto pulsa nei nostri corpi. Improvvisamente allo scoperto sui ponti e in mezzo alle acque si svelano ripetizioni di discorsi, talvolta di spaccature e liturgie non più essenziali. Occorre forza per ricominciare in mezzo al deserto, saper capire i ritmi segreti del mistero e resistere alle onde e ai venti. Gli incontri non sono più alleati, oppure ricadono in frasi fatte e le ombre sembrano concludersi in un punto. Se viene meno la forza della lingua, è presto detto: bisogna lasciar perdere gli eroi e il bisogno, e fare e disfare le parole che ci sono alle spalle, voltarle e rivoltarle perché separino le vischiosità e la polvere. La tavola rasata invoglia a nuovi destini e rende affini a quel che si è lasciato.
Dovremmo ricominciare. E ricomincia Chiara De Luca, non molto lontana dai treni e dalle stazioni che avevano domande e ancora aspettano storie da questa passante. La poetessa è capace di leggere e dare voce alla lingua proprio quando l’allarme si fa delicato, e il rispetto della vita sembra venir meno. Se appare il nome di una città, è sempre quella dei passi e dell’infanzia. Se la terra rivela la propria presenza, con fumi e brume, è quella che sta nel palmo di una mano e spande l’odore della stanchezza, ma soprattutto è la terra dei miti e dei legami imprevisti. La ragione degli antenati ritorna dai campi e dalle città più lontane. È così che, fin dalle prime poesie di questa raccolta decennale, ci sorprendono le voci compagne e i rumori di tutto ciò che ci mise al mondo: quanto pavesianamente ci condusse allo stesso sangue. Il sangue e le vene sotto la pelle non sono mai stati estranei ai privilegi condotti da Chiara De Luca verso il lettore attento: un corpo a corpo rivelato dalle corse e dallo sforzo ginnico, attitudini vere e non metafore di cammini perduti.
Dentro a suoni sempre più nitidi sentiamo la solitudine della ricerca, di un linguaggio privato che non fa rimpiangere certe convenzioni comunicative, che abbatte le parentesi irrisolte di altre esperienze poetiche. Il viaggio è spesso sul bordo del giorno, passa sulle falde scorrendo via dai “cappi di fulgide promesse”, e se vi sono padroni la poetessa li cede alla notte e alle voci inumane nel loro freddo. I segni geografici hanno resistenza in Credo, stanno sotto il profondo del cielo e sopra i ciottoli delle civiltà antiche, s’incontrano tra l’ieri ancestrale e l’epoca fatale che viviamo, i segni aiutano nella difesa e tengono dritte le membra contro il nemico. Da creature braccate a esseri liberi, quante infanzie sono state consumate? Questo è un libro contro lo spreco umano. Vi sono versi che convergono sui passi del tempo, altri assorbono la forza dei saluti, i messaggi dei cristalli che aspettano e – pensando – creano il mondo.
Questo è un libro delle corse uniformi e della ricerca di nomi da consegnare alla materia, mentre si espande intorno e il sangue scorre contrario agli abbandoni. Chiara De Luca non lascia parlare il vuoto ma si rivolge alle possibilità che un popolo arboreo possa affidare a chi solca i verdi misteri: varie le direzioni intraprese, le poesie di Credo non superano nulla ma avvicinano il viaggio terrestre al lettore con tutti i sentori e gli scatti. Cosa abbiamo qui? Una donna attraversa i campi, conosce i segreti ma li tiene per sé mentre porta in giro nudità comprensibilmente terrestri e tralci di elegia rientranti lungo gli anni. Nessun ritorno a naturismi ottocenteschi ma una grande attenzione all’alfabeto che sembra suggerire le cose stanche della loro invisibilità epocale. E appaiono improvvisamente le vestigia abbandonate, le mura su cui correre e avvertire gli improvvisi stagionali, il moto apparente delle stelle e tutto quanto “ha una forma” e tutto è nuovo. Se Dickinson appare di sfuggita, è per cautela e perché non impazzisca il verso in un mondo già fin troppo consegnato ai propri congegni: ma non estraneo a questa poesia, vi ritorna e vi abita sapendo d’avere dall’autrice confini precisi, nominati – dunque reali. È la corsa una porta d’ingresso, il rapido movimento che può scambiarsi fra chi sta dentro il libro e chi ne accoglie all’esterno i dettagli: l’invenzione del passaggio. Sarà un effetto fresco o tiepido (anche una sbronza), sarà l’esistenza della strada improvvisamente visibile a tutti.

 

 

“How many childohoods have been consumed?”

Elio Grasso


When you do not reject the ways in which words take shape (even if you border on discovering that you disagree and are alone), the words that remain in poetry face to face with the credo, a whole range of contradictions appear: here elements of the sacred and the profane join forces so that our flaws become visible. Visible are the things that are not part of our soul, however much it throbs in our bodies. When we are out in the open on bridges and amid the waters, retakes of speeches unexpectedly appear, sometimes splits and no longer essential liturgies. We need the strength to start again in the midst of the desert, to know how to understand mystery’s secret rhythms and how to resist waves and winds. These encounters are no longer united but slip into catchphrases and the shadows seem to come to an end at a point. If the power of language is less, this is soon said: we need to let heroes get lost and the need, and make and unmake the words on our backs, turn them around and upside down so that their stickiness and powder separate. The clean-swept table tempts us to head for new destinies and makes them like what has been left behind.
We have to start again. And that is what Chiara De Luca does, not that far from the trains and stations that had questions and are still awaiting stories from this passing poet. She can read and give voice to language when alarm turns gentle and respect for life seems to lessen. If a town’s name comes up, it’s always the town of her childhood, where she once walked. If the earth appears as it really is, in mist and smog, it is the earth that lies in the palm of a hand and spreads the smell of tiredness, but mostly the earth of myths and unexpected ties. The ancestor’s common sense returns from the fields and towns farthest away. And so, from the very first poems in this ten-year collection, we find ourselves surprised by the similar voices and noises of everything that set us in the world: how like Cesare Pavese this guides us to the same blood. The blood and veins beneath the skin are never foreign to the privileges that Chiara De Luca gives her attentive reader: a hand-to-hand revealed through running and gymnastic effort, true attitudes, not metaphors of lost ways.
Within ever more vivid sounds we feel the loneliness of searching, of a private language that does not make the reader miss certain customary communication paths and that knocks down the unresolved parentheses of other poetic experiences. Often located at the edge of the day, the journey passes over layers, running away from “nooses of bright promises”, and if there are bosses the poet consigns them to the night and the inhuman voices in their frigidity. Landmarks show staying power in Credo, standing beneath the depths of the sky and above the cobbles of ancient civilizations, coming together between the ancestral yesterday and the fatal times we live in; these marks help to defend and hold limbs straight against the enemy. From hunted-down creatures to free beings, how many childhoods have been consumed? This is a book that stands up against human wastefulness. There are lines that converge on the passing of time, while others absorb the strength of greetings, the messages from the crystals that await and – thinking – create the world.
This is a book about uniform routes and the search for names to give to matter while it spreads out and its blood flows counter to dejection. Chiara De Luca does not let the void speak but appeals to the possibilities that a treelike people may entrust to one who furrows green mysteries: however different the directions they engage in, the poems in Credo do not surpass anything but bring the reader’s earthly journey close to every inkling, every trigger. So what do we have here? A woman crossing the fields who knows secrets but keeps them to herself while she carries around understandably earthly nudities and twigs of elegies that recover as the years go by. There’s no return to nineteenth century naturalism here but there is great attention to the alphabet, which seems to suggest the tired objects of their epochal invisibility. And unexpectedly appear abandoned vestiges, walls to run along and glimpse unexpected seasonal workers, the apparent movement of the stars and everything that “has shape” and everything is new. If Emily Dickinson happens to appear, it is cautiously, so as not to make the line go crazy in a world already too set to its own devices: but not foreign to this poetry, it returns to it, lives in it, knowing that from the author it will obtain precise, well-named and therefore real borders. The journey is a front door, a swift movement that can change between who is inside the book and who gathers its details from outside: inventing the passage. The effect will be cool or lukewarm (also intoxicating), the existence of a street unexpectedly visible to everyone.

 

 

Popola le sere il canto delle cose
come di un esercito in assedio
attorno ad un lenzuolo dove
tendo il corpo per depositarvi
il troppo di ricordo: nella schiena
stanno conficcati gli abbandoni
lungo le gambe i mancati amori,
nel ventre s’insediano i veleni
del vero che si è sfatto a interrogarlo.
La realtà non sale né discende
forma pozze immobili nel centro.
Sterili canne sono adesso le parole,
si sporgono dal fango ritentando
di risalire in gola a germogliare.

 

 

The song of things the evenings fills
like a besieging army deployed
around a blanket where I stretch
my body out in it to deposit
too many memories: jabbed in
my back the times I’ve been deserted
along my legs the loves I’ve lost,
in my belly settle the poisons
of the truth that has abandoned asking.
Reality neither rises nor falls
but makes still pools somewhere between.
Words are now but sterile reeds
sticking out of the mud, trying once more
to rise in the throat and germinate.

 

 

Perfino aprire gli occhi è diventato naturale,
vestirsi, prepararsi, anche il dolore:
non infuria in gorghi nelle tempie
non preme in gola o sotto il velo
degli occhi che indosso per uscire.
Falda sotterranea scorre quieto
sottopelle, non asseta.
Adesso sono io a chiedere
d’essere salvata.

 

 

Even opening my eyes has become natural,
getting dressed, prepared, also the pain:
it does not go wild in whirlpools at my temples
it does not push in my throat or under the veil
I wear over my eyes to go out.
Subterranean layer calmly slips
beneath my skin, does not arouse desire.
It’s my turn now to ask
to be saved.

 

 

Chiusi gli occhi agli orizzonti
ampi di salvezza intempestiva
cerco un cielo calmo desertato
d’ogni tempesta d’ogni approdo:
per chi ha corso sempre basta poco fiato
a sciogliere i cappi di fulgide promesse
prima ancora che siano disattese.

 

 

I’ve closed my eyes to blithe horizons
Full of hopes of misplaced salvations
What I want is a calm, empty sky
Forsaken by storms, free of safe havens
People who’ve always run don’t need a lot
Of breath to sunder the glittering ties
Of promises even before they’re broken

 

 

La notte è un cimitero di luci
hanno sensi le foglie sussurri
quando cadute segnano i muri
il respiro in canna dentro la gola
è lo sparo di un grido inesploso
lo stesso si attende lo schianto
di un rotto silenzio che d’ombre
restano solo nel vento le croci.

 

 

Night is a cemetery of lights
they have senses the leaves whispers
when they fall and mark out the walls
breath in a reed within the throat
is the burst of an unexploded scream
the same thing expects the snap
of a silence broken that of shadows
only crosses in the wind remain.

 

 

Adesso non so più se sono io
che vengo al mondo o il mondo
che traccia ritrovato il proprio nome
se a leggerlo vuol dire nominare
tra le labbra imito le forme
con gli occhi avvicino i confini dei colori
lo sguardo si spiana in un ventaglio di stagioni
se ci abbia infine perdonati il tempo
o soltanto graziati in assenza nel passare

 

 

I don’t know any longer now if it is me
who comes before the world or if the world
casting about has found its own name
if reading it means naming it between
my lips I imitate the forms with my eyes
draw near to colour’s edge my stare smoothes
into a fan of seasons if time finally
has forgiven us or in our absence
has merely granted us in passing a reprieve

Translated by Gray Sutherland

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