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Romano Morelli, Essere dove

 

da Essere dove, inedito

 

Non c’è più strada.

Ti restano solo,
come vecchi cani fedeli,
le tue inutili, assidue domande.

L’orizzonte limpido s’apre
sgombro di nubi e risposte.

Libero dei simulacri
delle cose lasciate
l’essere-te finalmente ti accade
– lentamente.

Vibri d’attesa.
Ti corrono brividi acuti
mentre attendi ai cancelli del tempo:
oltre non sai
se, cosa, chi sarai.

Non pare spavento:
è uno scivolare
lento, quasi curioso,
nello stupore,
sopraffatto da tanta evidenza.

 

 

 

 

 

Patria

La patria che rivedi
è dov’erano le radici
dell’esilio:

il tempo senza volto,
lo spazio senza varchi,
le voci che chiedono luce
che soccombono al buio.

Qui sei oggi, ma non arrivi né torni:
hai solo creduto di andare,
avvinto alla folla d’errori,
paure, velleità, ignoranza.

Qui sei sempre rimasto, assopito,
e non erano incubi quindi
quelle voci
né il tempo muto,
lo spazio cieco.

 

 

 

 

 

La casa

È senza tetto
come tutte
da sempre
la casa che ritrovi.

Irreversibile: i libri
che sai, i mobili rósi,
un letto vuoto, l’armadio ammuffito
che devoto racchiude
le lontane speranze sbagliate.

Eppure
una casa bisogna tentare.

Né tana né nido:
è l’altare irrisorio innalzato
al dio che si sottrae
del tempo e delle risposte
dove immoliamo i nostri giorni più santi,
offriamo le nostre preghiere,
perché resti qualcosa
di ciò che siamo stati,
di chi abbiamo amato.

 

 

 

 

 

Compianto

È solo mia l’amarezza mite
di dover lasciare l’amore,
chi ho amato,
e sola la mia creatura
senza ancora una carezza?
Solo mia
quest’idea insensata
di non voler morire
perché non ho finito?

Sono io solo
a non vedere l’evidente,
il presente che si consuma
nell’incompiuto?

È tutto mio
questo rifiuto sterile e puerile
della fine,
è mia questa tenace malinconia

oppure
appartiene a tutti gli orfani di un dio,
ai pavidi, ai mediocri
che non hanno saputo intendere
la voce incomprensibile
del mistero che chiamava?

 

 

 

 

 

Memoria dell’esilio

Ma anche nell’esilio,
ostaggio scambiato tra desideri e abbagli,
tu hai vissuto.

Anche lontano dal vero,
nel tempo finto che non conosce la morte
né sospetta una fine,
dove il giorno si consuma incurante
perché c’è sempre un domani,
tu hai temuto, pianto, riso:
anche quella era vita.

I ricordi che porti ne sono la prova,
e la nostalgia
con cui ti volgi a cercare
ancora una volta gli scomparsi, i perduti.

Non è forse questo che ti fa compagni
non è solo di questo che sai dire
mentre attendi fremente d’angosce
i segni arcani che ti designino il dopo?

 

 

 

 

 

Qui

Per squarci e frammenti
ricomponi
la terra che credevi lontana.

Accetti pian piano la patria,
ritrovi il tuo posto.
Qui sta il vero
che ti era nascosto:
tu, incongrua preda indifesa
del dominio incalcolabile
che disperde destini.

                  ***

Senti l’inquietudine che promana
da un qualcosa che invisibile si prepara,
e spaurito ti chiedi
di quale atto estremo di coraggio
sarai capace
– e quando, e se –
nell’offrire senza tremare
la tua resa
all’enigma.

 

 

 

 

 

Tu che scrivi

Che cerchi ancora nelle parole?
Non vedi che è tardi, torni
sempre davanti a uno specchio:
tu che frughi il linguaggio?

Che speri, che aspetti, che chiedi, perché?
A chi parli, chi ti risponde?
A quali porte t’ostini a bussare,
quale presente, quale futuro interroghi?
Dove getti tante domande?

                  ***

Non saranno parole
a penetrare il mistero,
a far tacere il silenzio:
s’infrangono,
friggono come falene
appena ne sfiorano i confini roventi.

Sarà invece un atto senza ragione,
un lasciarsi cadere
senza speranza né tempo, memoria,
un cieco voler annegare
in ciò che per sempre ti rimarrà
sconosciuto.

 

Romano Morelli è nato nel 1953, vive e lavora a Padova.
Ha pubblicato:
È non è, Rebellato, San Donà di Piave, 1988.  – Poesie.
Questo essere. Poesie 1988-2010, Mimesis, Milano-Udine, 2013. – Poesie.
Su Hölderlin e il sacro, nel volume collettivo Teologia della follia, a cura di M. Geretto e A. Martin, Mimesis, Milano-Udine, 2013. – Saggio critico.
Un difficile partire o Dell’essere nella metamorfosi, LietoColle, Faloppio, 2019. – Poesie.

Ha partecipato per tre volte, risultando ogni volta finalista, al Premio Montano-Anterem con due prose e una raccolta poetica: 
Ancora una riflessione sulla poesia e il nostro presente (2014), breve prosa critica;
Un difficile partire o Dell’essere nella metamorfosi (2018), raccolta poetica;
Poesia del tempo della metamorfosi (2020), breve prosa critica.

 “La poesia del nostro tempo partecipa del pianto e della preghiera. È un supremo ultimo rendersi conto, una resa dei conti, un chieder conto. È la risorsa estrema – la più compiutamente e profondamente umana, perché, oltre, c’è solo il silenzio – dell’uomo che invoca, se non una risposta, almeno la domanda giusta da porre. Come il pianto e la preghiera, la poesia è l’atto gratuito, purificato d’ogni scopo, insopprimibile e sconsolatamente sincero dell’essere umano che si perde, ma che non vuole perdersi. Come il pianto e la preghiera, la poesia non vuole parlare a nessuno né si aspetta repliche: ma, come nel veder piangere e pregare possiamo ancora riscoprire in noi il bisogno dimenticato di senso e pietà, così, leggendo di poesia, è possibile che torniamo a ricordarci che in realtà – in realtà – noi non sappiamo veramente dove siamo.”

 

Dalla quarta di copertina di Questo essere. Poesie 1988-2010.

 

 

 

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