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Romano Morelli, La poesia e il nostro presente. Una riflessione

L’attuale – anche se tutt’altro che recente – singolare solitudine dei poeti di quest’Europa, di quest’Occidente è solo un pretesto, un punto di partenza, forse il più evidente, ma non certo il più importante, per affrontare il tema del rapporto tra presente e poesia.

Non sono cose nuove: sono questioni che sono state sondate e pensate molte volte ed in modo sicuramente più profondo. È un fatto, tuttavia, che rimane sempre una certa quale insopprimibile insoddisfazione: è come se il bisogno di indagarle risorgesse incontenibile, come se, anche per la poesia, quel ripensamento dei fondamenti che percorre tutta la cultura dell’Occidente moderno non avesse poi consolidato granché nonostante i dibattiti e le evidenti conquiste. È come se, malgrado le certezze che tanto spesso assomigliano così tanto a dati acquisiti, su ogni nostro prossimo passo – quello che dovremo fare domani – continuassero ad incombere e ad accompagnarci sempre le stesse domande, la stessa paura, la stessa paralizzante incertezza.

Il poeta oggi si trova, contro la sua volontà, contro la funzione stessa che il linguaggio gli assegna, nella condizione di un mandarino, come il fisico, il matematico, il filosofo attuali che operano ormai su realtà talmente distanti dalla coscienza comune da essere incomprensibili – e quindi sono incompresi, e quindi ineluttabilmente soli.

Ma è in questa regione solitaria che si combatte; è di qui che l’umanità deve passare. O che si perderà.

La grande poesia europea degli ultimi due secoli è un nervo scoperto, è il luogo sensibile della coscienza europea: esposto, indifeso, dolorante e reattivo come una ferita sempre aperta.

Essa si trova ad costituire l’avamposto estremo e quasi perduto del linguaggio, della coscienza, dove arrivano, si interpretano, si trasmettono le informazioni su ciò che di visibile sembra apparire dell’oscuro destino che ci aspetta: Hölderlin, Leopardi, Baudelaire, Mallarmé, Trakl, Eliot, Benn, Montale, Celan, Steven, Zanzotto e tanti altri…

Oggi, da questo lontano, inospitale punto di osservazione è possibile indovinare (mentre nella città, dove l’aria comincia a mancare, si continua ad amare e a odiare come al solito) che non solo la via è smarrita e che davanti a noi si stendono solo misteriose, perverse, impraticabili opportunità, ma, soprattutto, che quella che avevamo creduto la via percorsa (e così continuano a chiamarla i nostri fratelli e sorelle che amano e odiano nella città dimentica – e in quest’orizzonte fragile e illusorio continuano ancora a organizzare il loro vivere, a misurare il loro tempo) in realtà una via non lo è mai stata: tutt’al più si è trattato di una serie di fortunate, sciagurate coincidenze, tratti sterrati, radure, guadi immeritati.

Non solo: oramai le osservazioni convergono sul fatto che siamo evidentemente incapaci e impreparati a rinunciare all’idea di una via, ma ancor più ad arrenderci all’evidenza di dover finalmente cominciare a costruire la nostra, quella vera, quella che ancora non c’è. Ciò è tanto più disperante se non altro perché non sappiamo dove dirigerci.

Intanto, mentre la città crede di vivere, l’inatteso incombe.

Ecco perché non della città parla oggi la grande poesia europea né delle parole della città essa si può servire; ma con fatica e dolore si forgia invece le parole rozze, dense, brucianti, che dicono l’orrore e la paura che vediamo stringerci e crescerci attorno.

Informe, nel vuoto inabitato, si gonfia possente, pressante, esigente l’eco di un richiamo al risveglio. Almeno, così sentono i poeti.

È un fatto, però, che da tempo essi vivono distanti, si pèrdono e muoiono insepolti.

 

***

 

  1. L’essere umano è linguaggio. L’uomo diventa tale nel e con il linguaggio. Nulla esiste per l’umanità senza o al di fuori del linguaggio. Nulla ha senso senza discorso. Nessuna cosa esiste, nemmeno l’uomo, là dove manca la parola. Il linguaggio dà forme al mondo e lo apre all’azione dell’umano.
  2. La poesia è, tra i tanti usi e aspetti del linguaggio, uso totale, potenziato e creativo: esperisce, sperimenta, crea, acquisisce, fissa, trasmette condizioni, scoperte, invenzioni. Attraverso la pratica del linguaggio in tutte le sue risorse costitutive (semantiche, sonore, strutturali) la poesia mantiene il linguaggio in tensione, vivo, produttivo, strumento e luogo di conquista, creazione e comunicazione.
  3. La poesia è stata a lungo – e lo è tuttora – il regno dove sentimenti, emozioni, esperienze, ricevendo i loro nomi, si sono cristallizzate in patrimonio culturale cioè nozioni trasmissibili ed utilizzabili per capire, dare, trovare un senso a ciò che l’individuo sente e che, senza questo patrimonio, rimarrebbe nascosto, oscuro. Patrimonio individuale e collettivo.
  4. A un certo punto, nell’Europa del XVII secolo, per una serie di ragioni concomitanti, economiche, politiche, storiche, culturali, l’antico equilibrio tra uomo e mondo si è spezzato, è andato fuori dall’asse che l’aveva retto per millenni, ha perso quell’assestamento che era durato tanto da introdursi nella mente e nei nervi dell’umanità come naturale, l’unico. Tanto naturale che l’idea stessa di altro rimaneva impensata, impensabile. Attorno a questo asse ruotavano tutte le concezioni necessarie e sufficienti all’essere umano per sopravvivere nel mondo, per organizzarvi la propria esistenza, per fondarvi un senso umano: destino, sapere, morale, linguaggio. Ora, alla luce dei cambiamenti sopravvenuti, gli antichi fondamenti della condizione umana nel mondo cominciano a non funzionare più, a non rendere ragione delle novità, delle domande, delle nuove emergenze in cui l’umanità europea si trova a vivere e a dover decidere.
    Le risposte alla necessità di rifondare il rapporto uomo/mondo sono state molteplici, diverse, anche radicalmente diverse, divergenti. A lungo, in tutti questi tentativi, si sono mescolati riutilizzo dei vecchi materiali, nostalgici sguardi all’indietro, audaci o sfortunate fughe in avanti, scoperte inattese, invenzioni meravigliose, equilibri momentanei. È stato un vagare alla cieca sulla spinta dell’urgenza verso terre sconosciute senza potersi mai fermare.
    A lungo gli Europei hanno sofferto e sono morti nel dubbio su cosa fosse bene e male, su quale senso abbia la vita, su cosa sia il significato del mondo, sul perché del tempo e della morte.
    Noi, oggi, siamo ancora nel pieno di questa dolorosa migrazione.
  5. Da più di due secoli ormai la poesia accompagna in questo viaggio l’Occidente (ma in questo viaggio abbiamo coinvolto veramente tutta l’umanità).
    La poesia può e deve continuare ad essere se stessa, ciò che è stata per tanti secoli: lo strumento per l’identificazione, l’espressione, la comunicazione di sentimenti, esperienze, meditazioni. Ma si trova oggi obbligata, come tutti gli strumenti umani moderni, a svolgere il suo compito e anche, contemporaneamente, a rifondare il suo rapporto con il mondo, che è il rapporto del linguaggio con il mondo improvvisamente tanto vasto e sconosciuto. Deve parlare contemporaneamente del dramma dell’umanità in viaggio nella tempesta senza direzione e di se stessa, del linguaggio. Insicura, incerta, necessaria, la poesia porta, in questo errare, la croce della mancanza di fondamenti, della ricerca di fondamenti, della libertà da fondamenti. Nella poesia di oggi si esprime l’angoscia di ogni errare: il bisogno atroce della luce e della pace, e il ripetersi inevitabile del sacrificio, in un’attesa forse vana, delle nostre piccole, ma uniche vite.
    In essa devono trovare voce le nostre voci: le nostalgie divoranti e lo sguardo lucido sul vuoto, la speranza, la coscienza della fine, il desiderio di salvezza e la consapevolezza senza veli della catastrofe possibile.
  6. La ricerca scientifica, la potenza senza freni della tecnica, liberato l’uomo dalla natura, stendono davanti ai nostri occhi un mondo senza confini dove l’unica presenza che sentiamo è quella del mistero infinito. Questa ricerca ci arricchisce di inaudite potenzialità, ai limiti del comprensibile e, oggi come oggi, oltre il governabile. Le macchine che abbiamo messo in moto e che ora avanzano spinte spaventosamente solo dalla forza della loro inarrestabile logica ci hanno gettati in un tempo che è troppo lontano dai nostri vecchi millenni dove avevamo radicato le nostre concezioni di vita, spazio e tempo: da quel passato perso per sempre arrivano ancora, come detriti, echi flebili e inutili; dal futuro non ci arrivano che venti freddi e taglienti, e noi siamo costretti ad andare veloci, troppo veloci per poter pensare. Spazio, tempo, vita, bene e male, destino, attesa non sono più quelli di una volta e forse sono essi stessi concetti residuali, come lo sono le parole inadeguate che ancora siamo costretti a usare per descrivere le realtà e dei fenomeni fisici subatomici che andiamo via via scoprendo.
  7. Come Europei abbiamo fatto esperienza precoce, significativa e ammonitrice dei pericoli di cui sono gravidi questi grumi in corto circuito: la prima e la seconda guerra mondiale, i campi di sterminio, la proliferazione atomica, la rapina cieca delle risorse del pianeta, il potere della tecnica sulla vita. Nessun campo semantico, nessun sistema di valori è ancora, oggi, in grado di accogliere pienamente questi orrori né di dire il futuro che si prepara.

Qui abita il poeta, in queste trincee così profonde da sembrare tunnel oscuri che sboccano verso l’inesprimibile non-ancora-umano.

***

Il mutamento antropologico definitivo dell’umano, la scomparsa stessa della vita sulla Terra è l’orizzonte entro il quale siamo chiamati paradossalmente a vivere, ad agire, a consumare le nostre così brevi vite. E nella coscienza che nessun Dio, ma noi, solo noi siamo responsabili, noi, così deboli così bisognosi d’aiuto, così tragicamente, assolutamente soli con noi stessi.

Questo è, deve essere, l’orizzonte della grande poesia occidentale. Di questo la poesia deve tentare di parlare, rendere ragione, oggi. Alla luce di questo sole bruciante dobbiamo cercare di costruire la nuova dimora. Ogni altro orizzonte è falso, consolatorio, ingannevole, mortale.

Semplicemente dunque, la poesia deve cercare le forme, le parole per parlare di ciò di cui ancora non si può; deve tentare di dare un senso a ciò che ancora non può averne.

E con lo sguardo fisso sulla verità del baratro deve cercare di mantenere in vita la speranza.

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