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Simone de Andrade Neves, Corpi in marcia (novità editoriale)

Simone de Andrade Neves scrive come il bambino rimasto da solo in casa nella notte a guardarsi attorno nella sua stanzetta, della quale conosce ogni anfratto, ma che nel buio imperfetto dell’abbandono si trasforma in altro. Gli oggetti consueti subiscono agli occhi della mente una metamorfosi costante. Le forme note si riorganizzano in nuove geometrie di corpi mutevoli ed evanescenti, come quelli delle nuvole quando le interroghi disteso sul prato, nell’intento di rinominare il mondo. Tutto vive nella poesia di de Andrade Neves, ogni cosa ha corpo, ogni corpo è in movimento e attraversa le tappe di una segreta trasformazione, per darsi intero nell’epifania che lo rivela allo sguardo in cerca. Ogni oggetto respira e sembra celebrare o parodiare l’umano. Ogni oggetto ha viscere che sussurrano nel proprio più profondo buio, oracoli che la poesia trascrive in forma di figure. Il poeta interroga il corpo perché il corpo sa tutto. Sulla carne s’incidono la storia e il dolore dell’essere: umano. Il corpo parla il silenzio degli abbandonati, che nel mattatoio del mondo sono i primi a cadere, come il “bambino povero” avvolto nel morim e deposto nella bara, rivestita in fretta di legno di cassa per tornare alla vita. 

È il sangue a raccontare la cieca violenza messa in atto dal patriarcato, se “Per succhiare / il meglio della linfa  / si fa esalare / prima della rottura dei pori / quello che dell’aria rimane”. È la pelle a cantare il disprezzo del Femminile spossessato nel frenetico “consumo dei corpi. / In tutto il mondo l’intero porco mondo”, mentre i “grugniti, eterei” della poesia ne sgusciano fuori in sordina. “The soul her “Not at Home” / Inscribes upon the flesh – / And takes her fair aerial gait / Beyond the Writ of touch”, per dirla con Emily Dickinson. Il poeta guarda con tenerezza ai corpi straziati e umiliati, come a volerli risarcire degli sguardi bui degli esecutori e proteggere dalla meccanica precisa dell’umana spietatezza; presta l’orecchio alle grida del bestiame tristemente prescelto, che propagano strazianti “oltre la montagna, / alle orografiche, / una morte”, mentre i cittadini tagliano la bistecca “appassionati / senza compassione”. In quanto corpo – vegetale, animale, minerale –  l’umano contiene in sé l’universo e lo racconta. “Scorre / nel corpo del cedro il / resto di linfa nella fuga /del fuoco” scrive de Andrade Neves del malato che all’ospedale si consuma fino all’estremo delle ceneri, dove la vita grida più forte al suo finire, come i “motivi angelici” delle ali delle oche e delle anatre “esposte sul filo del bucato”; come i bottoni più piccoli, che “fuggono in fondo al cassetto / e saranno presi nella pressa delle dita / contorte per averli”; come la polvere fitta che in marcia “espone / il mezzo sorriso / del soldatino di piombo” su cui “la prole delle scope, / insetti rinsecchiti, / scarabei” si è depositata senza tuttavia riuscire a tumularlo, avvolto nel suo sudario d’ali trasparenti di termiti. La conquista quotidiana è il luogo dove posarsi, in una routine che non dà frutto, ma porta a esistere, che significa avere: la più grande ricchezza concessa all’umano. Esistere è sottrarsi al mattatoio, farsi territorio, per accogliere la marcia costante dei corpi attraverso la porta spalancata dello sguardo, dove Amore non fa cernite né distinzioni, non teme né il buio, né il vento che lo popola di polvere e cenere, su cui esalare quello che dell’aria rimane, farne fragile dimora.

Chiara De Luca

Há vida

Corre
no corpo do cedro o
resto da seiva na fuga
do fogo.

Pouco antes de partir você
pediu café e desalarmou os
clínicos.

O fogo avança na madeira
faz da seiva tatuagem
até diluir todo o corpo.
Nas cinzas há o sim.

 

 

 

 

 

Gaveta de botões

Pelas portas do coração
passa o ajuste das casas
e a harmonia das cores.

O dedo indicador
vai à cata dos botões brancos
madrepérolas, multicores:
a seleção dos feijões;

Botões pequenos
fogem para o fundo da gaveta
e serão pegos na prensa dos dedos
contorcidos para tê-los.

A semana não descansa na gaveta de botões.

 

 

 

 

 

Tecido branco

O morim,
tecido branco,
vai cobrir o menino.

Menino morre.
O tio busca o pano.
Anota-se.

Arma-se o caixão com madeira de caixote.
Lá vão deitar o menino pobre.
Envolto no morim
leva-se o menino à cova
e volta-se à vida.

 

 

 

 

 

Noite na fazenda

Deixaram o brinquedo
quicar nas tábuas
e sumir pelas frestas.

A escuridão neutraliza
as cores primárias
do lúdico objeto
e sobre ele a desova das vassouras,
ressequidos insetos,
besouros.

As asas transparentes
desgarradas dos cupins
afofam a terra. Sim,
é inútil o singelo espelho oval.

No pesar de passos, tantos,
a madeira range e neva.

Uma lanterna dentre a fresta
apresenta o processo do abraço:
o pó expõe o meio sorriso
do soldadinho de chumbo.

 

 

 

 

 

Azinhavre

O azulejado de meia parede
é o mapa da casa:
alvo manchado de morte.

O ato de deitar acompanha
frio diverso;
ineficaz o cobertor.

Casa solar das manhãs e tardes
tem a identidade noturna
da copas das árvores
de onde pingentes propagadores de silvos
reiteram a indagação: estás vivo?

Do corredor o invisível espreita
e força o exercício
de reter água no corpo.

Casa,
de outro corredor
adentro para te ver.
Por que insistir
se não há para habitar-te?

C’è vita

Scorre
nel corpo del cedro il
resto di linfa nella fuga
del fuoco.

Poco prima di partire tu
hai chiesto il caffè e tranquillizato i
medici.

Il fuoco avanza nel legno
fa della linfa tatuaggio
fino a diluire tutto il corpo.
Nelle ceneri c’è il sì.

 

 

 

 

 

Cassetto dei bottoni

Dalle porte del cuore
passa l’accordo delle case
e l’armonia dei colori.

Il dito indice
va a caccia dei bottoni bianchi
madreperla, multicolori:
la selezione dei fagioli;

Bottoni piccoli
fuggono in fondo al cassetto
e saranno presi nella pressa delle dita
contorte per averli.

La settimana non riposa nel cassetto dei bottoni.

 

 

 

 

 

Tessuto bianco

Il morim,
tessuto bianco,
coprirà il bambino.

Bambino muore.
Lo zio cerca il panno.
Si prende nota.

Si riveste la bara con legno di cassa.
Là stenderanno il bambino povero.
Avvolto nel morim
si porta il bambino nella tomba
e si torna alla vita.

 

 

 

 

 

Notte nella fattoria

Lasciarono il giocattolo
rimbalzare sulle tavole
e sparire tra le crepe.

L’oscurità neutralizza
i colori primari
del ludico oggetto
e su di lui la prole delle scope,
insetti rinsecchiti,
scarabei.

Le ali trasparenti
perdute delle termiti
fanno soffice il suolo. Sì,
è inutile lo spoglio specchio ovale.

Sotto il peso dei passi, tanti,
il legno scricchiola e s’imbianca.

Una lanterna dentro la crepa
presenta il processo dell’abbraccio:
la polvere espone il mezzo sorriso
del soldatino di piombo.

 

 

 

 

 

Verderame

La piastrella del muretto
è la mappa della casa:
oggetto macchiato di morte.

L’atto di coricarsi accompagna
freddo diverso;
inefficace la coperta.

Casa solare di mattine e di sere
ha un’identità notturna
dalle chiome degli alberi
da cui pendenti propagatori di sibili
reiterano la domanda: sei vivo?

Dal corridoio l’invisibile sbircia
e forza l’esercizio
di trattenere acqua nel corpo.

Casa,
dall’altro corridoio
entro per vederti.
Perché insistere
se non c’è per abitarti?

 

Collana Brasiliana
Simone de Andrade Neves, Corpi in marcia
Traduzione e introduzione di Chiara De Luca
ISBN: 978-88-99274-72-6
pp. 100, € 12
Edizioni Kolibris, giugno 2020

Ph. Augusto Aguiar

Simone de Andrade Neves, poeta, è nata a Belo Horizonte nel 1974. Ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza nella città di Dionísio, MG. Nel 1994 ha pubblicato O coração como engrenagem [Il cuore come ingranaggio]. Questo è il suo secondo libro.

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