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Whanawhana

Whanawhana
Una storia del popolo fatato

Questa è una delle storie più importanti dei Nehenehe-nui, la foresta e il suo popolo, che mi fu raccontata dal vecchio Te Pou. Più che la maggior parte dei nativi, Te Pou era intriso dello spirito e delle strane tradizioni della vita del bosco e delle sue sfuggenti tribù. Con tutti i suoi tatuaggi e i suoi capelli grigi, era un vero e proprio Peter Pan. Se fosse stato un concreto pakeha privo di fantasia avrebbe potuto ovviamente liquidare quelle pittoresche antiche favole sui Patu-paiarehe e le loro azioni come risalenti a un periodo in cui le tribù native, sconfitte in guerra, erano state portate sulle aspre montagne, per condurvi una vita d’isolamento, intervallata da occasionali assalti di guerriglieri ai danni degli abitanti in aperta campagna. Ma Te Pou aveva l’anima di un poeta.

 

∗ ∗ ∗ ∗ ∗

 

Non è passato poi così tanto tempo (disse il mio vecchio amico tohunga) da quando due antenati del mio hapu vivevano laggiù sulla riva occidentale dei fiume Waipa, sulle strette spianate ai piedi della catena Hakarimata. Erano marito e moglie; l’uomo era Ruarangi, la moglie, una donna bella e giovane, era Tawhai-tu. La loro dimora era una casa intagliata chiamata “Uru-tomokia.” Il campo dove crescevano i loro kumara[1] e patate era al margine della foresta; di fatto era in parte circondato dalla foresta, e gli alti rimu e rata estendevano i rami sopra le frange dei filari del giardino, perché ai māori piaceva che gli alti alberi proteggessero le loro coltivazioni; le riparavano da molte gelate. Un giorno la moglie di Tawhai-tu andò in questa coltivazione a estrarre patate, riwai, per il pasto della sera. Ne riempì una grande cesta, e poi cercò un cespuglio di lino per ricavarne una kawe, o tracolla, con cui fissarsi la pesante cesta sulle spalle per il viaggio di ritorno al villaggio di capanne dal tetto di paglia dove lei e suo marito vivevano. Non riuscì a trovare del lino, perciò staccò alcune delle lunghe e resistenti foglie del wharawhara[2] che cresceva in una bassa biforcazione arborea, e le spaccò e annodò per farne una tracolla.

Ora, mentre Tawhai-tu era intenta al suo lavoro, uno strano uomo l’osservava per tutto il tempo, accucciato nel folto di alcuni fitti cespugli al margine della foresta. Era un uomo dall’aspetto selvatico, con lunghi capelli che gli ricadevano sulle spalle, confinati sulla schiena con una corda di lino di montagna, e la cosa curiosa della sua capigliatura era il colore: rosso, o ramato, con un lieve bagliore di fuoco. Era una Patu-paiarehe, cioè una creatura fatata – non un uomo del popolo māori. La sua casa era il bosco, ed è lì che si procacciava il cibo. Quel giorno però non era a caccia di cibo, ma di donne, perché cercava una moglie, e aveva la fantasia di trovarne una tra le tribù dei Māori. Così spiava le periferie degli insediamenti māori in cerca di donne uscite in solitaria, che potessero essere di suo gusto, e qui davanti a lui c’era la più desiderabile delle donne su cui avesse mai messo gli occhi. Perché senz’altro Tawhai-tu era una bellezza mentre sedeva là, ignara di essere quasi alla portata di un Patu-paiarehe. Indossava soltanto un pareo di lino, perché c’era caldo e il vento era calmo, e l’incanto dei suoi seni e fianchi e arti accese nell’uomo delle montagne il desiderio di possederla.

Silenziosamente, come un animale notturno che sorprende un pulcino in un albero cavo, il cacciatore fatato giunse strisciando alle spalle della giovane donna. Le saltò addosso, la mise a tacere prima che avesse il tempo di gridare, e auē[3]! Mentre era ancora stordita dall’improvvisa catura, Tawhai-tu si ritrovò nel buio, dopo avere rapidamente attraversato la foresta in balìa delle lunge braccia robuste dell’uomo selvatico.

In quel momento avvenne una cosa ancora più terrificante. Con il suo bel fardello, l’uomo aveva raggiunto la vetta di una piccola collina nella foresta; la sua cima era definita, circolare, come modellata artificialmente. Questo cerchio Tawhai-tu lo conosceva, perché, stando a tutto quello che aveva sentito, doveva essere un luogo d’incontro del popolo fatato, e perciò tapu[4]. Inoltre, adesso sapeva che il suo rapitore era un Patu-paiarehe – non apparteneva al mondo māori.

L’elfo dai capelli rossi fece sedere per terra la sua prigioniera; con un’acuta vocetta sottile, recitò un incantesimo, e la cima della collina fu istantaneamente avvolta da una fitta nebbia. L’uomo l’afferrò di nuovo e un istante dopo la giovane donna si sentì sollevare nell’aria tra le sue braccia. Tutto attorno a lei c’era la nebbia delle montagne. I due salivano sempre più in alto, e infine si fermarono sulla più alta vetta della catena, e Tawhaitu adesso sapeva che doveva trovarsi nel rifugio più segreto della tribù dei Patu-paiarehe, sulla cima del Monte Pirongia.

Si trovò circondata da strana gente della foresta, dai capelli di un biondo ruggine chiamato uru-kehu. Indossavano soltanto ciondolanti foglie della foresta. Le loro abitazioni erano alberi vivi, le felci mamaku e le palme nikau, disposte nella forma di piccole case rotonde. Il fatato amante portò Tawhai-tu in uno di quei ripari e in quel momento lei seppe che stava per diventare la moglie di un Patu-paiarehe.

Al mattino, mentre ancora giaceva in un sonno profondo, reso più greve dagli incantesimi dell’uomo, fu di nuovo portata attraverso le nuvole. Si svegliò, ed eccola, distesa sulla montagnola fatata nel bosco – e davanti a lei c’era suo marito Ruarangi.

I due premettero naso contro naso e piansero, stringendosi a vicenda la mano, e Ruarangi le disse di come, addolorato e allarmato per la sua sparizione, l’avesse cercata nella foresta, temendo fortemente che un Patu-paiarehe glie l’avesse portata via.

“Ahimè! È proprio così!” Disse Tawhai-tu, e gli raccontò la strana storia del suo rapimento e del suo volo nell’aria e della notte trascorsa nella cittadella fatata. Disse che il nome del suo rapitore era Whanawhana – glielo aveva detto mentre riposavano insieme, era il capo supremo della tribù fatata del Monte Pirongia, e la vetta coperta di vegetazione sulla quale abitava si chiamava Hihikiwi. Inoltre, le aveva lanciato un potentissimo incantesimo: anche se sarebbe stata restituita a suo marito durante il giorno, di notte sarebbe di nuovo dovuta diventare la moglie dell’uomo fatato.

Il marito e la moglie ritornarono a casa, ma quando si approssimò la sera, le fitte nebbie e foschie rotolarono giù dalle montagne e in un istante Tawhaitu sparì alla vista di Ruarangi. Il Patu-paiarehe l’aveva di nuovo portata via.

Al mattino Tawhai-tu fu restituita al marito nello stesso miracoloso modo. “Ahimè!” Disse, “Ho di nuovo dormito con il Patu-paiarehe! Sono sotto l’effetto del suo incantesimo – di fronte ai suoi incantesimi e alla sua fatata mana[5], la mia volontà è come l’acqua di quel fiume laggiù.” E quella sera Ruarangi si scoprì incapace di tenere la moglie con sé; lei svanì in un soffio all’oscuro arrivo del suo fatato signore; e come la prima volta, al mattino stava in piedi in lacrime sulla soglia di casa loro, sulla riva del Waipa.

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Il marito e la moglie decisero di chiamare in aiuto il tohunga della tribù. Ruarangi si era appostato con lancia e clava di pietra per colpire il Patu-paiarehe, ma a cosa servono armi mortali contro un capo fatato? Bisogna sconfiggerlo con incantesimi e potenti rituali; mero coraggio e muscoli e lancia e clava sono inutili.

Il tohunga ideò i suoi schemi occulti e diede istruzioni a Ruarangi e alla moglie. “Costruisci in fretta”, gli disse, “una piccola capanna di rametti e fronde di felce, e pesante legname all’ingresso a mo’ di paepaepoto (soglia)”.

In breve il riparo fu pronto, e il mago ordinò che la legna della capanna e la soglia fossero cosparsi di uno spesso strato di ocra rossa chiamata kokowai. (Si tratta di ematite, mescolata con olio di squalo). “E dipingetevi anche il corpo con il kokowai, e spalmatelo sui vostri indumenti, perché è una cosa che tutte le tribù fatate temono”. E così fecero, e l’odore dell’ocra mescolata con l’olio aleggiava pesante nell’aria.

 “Ora”, disse il tohunga alla giovane donna, “accendete il fuoco in un forno in terra cruda di fronte alla capanna e quando arderà versatevi sopra dell’acqua e mettetevi del cibo, affinché il vapore di cottura vi metta al riparo dal Patu-paiarehe, perché le tribù fatate temono moltissimo il vapore che si leva dai forni utilizzati per la cottura dei cibi”. E così fecero.

Mentre il sole scendeva nella sua caverna sopra le alte spalle della catena di Hakarimata, e le foschie del fiume si alzavano in volute per mescolarsi alle nebbie della montagna, Ruarangi e la moglie Tawhai-tu sedevano sulla soglia dipinta di rosso della loro capanna, stringendosi forte la mano a vicenda, e ripetendo gli incantesimi che il tohunga aveva insegnato loro. Fuori c’era il tohunga stesso: con indosso soltanto un kilt di foglie di lino, recitava i suoi incantesimi per scacciare le fate. Il forno in terra cruda era stato aperto, e il vapore avvolgeva tutta la facciata della whare.

In un istante apparve il capo fatato Whanawhana. Con lui vennero tre dei capi del bosco; si chiamavano Te Rangi-pouri, Tapu-te-uru, e Ripiro-aiti. Vennero per protendere le mani e afferrare la moglie māori di Whanawhana e portarla via, attraversando le nubi fino alla vetta dell’Hihikiwi. Ma il vapore di cottura li spaventò. Inoltre sentirono l’odore dell’olio e dell’ocra di cui tutto era stato abbondantemente cosparso, e sentirono i ritmici mormorii del prete. Così si mantennero a distanza e, ritraendo le mani, cantarono in coro un waiata, un canto di lamentazione, e Whana-whana pianse forte per la moglie māori che aveva perduto. Il suo incantesimo ormai era innocuo; il tohunga gli aveva strappato la donna dalle grinfie. Amaramente lamentò la perdita dell’attraente Tawhai-tu, e quando il suo canto di dolore giunse al termine, svanì coi suoi compagni alla vista dei māori. Si dissolsero nelle nubi e nella foresta; e non disturbarono mai più Ruarangi e la moglie. Ma la canzone che Whanawhana il Patu-paiarehe cantava mentre stava in piedi furi dal sacro circolo dell’incantesimo la ricordavano bene quelli che la udirono – è da quella che appresero i nomi dei suoi compagni fatati – e noi tutti oggi la conosciamo. E questa, amico mio, è la canzone –

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Ma non è necessario che la canti ai miei lettori. È sufficiente che custodisca io le parole di questo autentico lamento magico, e che le abbia tradotte in inglese, sebbene nell’abito straniero perdano il sottile suono e colore del bosco. Quanto a Ruarangi e Tawhai-tu, non sono un mito; i loro discendenti vivono ancora oggi sulle rive del Waipa. “Forse li conosci”, dice il vecchio saggio Te Pou, “dal peculiare colore di capelli che hanno i membri di alcune delle loro famiglie; è quello che chiamiamo uru-kehu, perché è rosso deciso, o ramato; certamente scintilla come oro nel sole”.

Traduzione di Chiara De Luca

[1] Patate dolci.

[2] Il wharawhara, astelia costiera, Astelia banksii – è una pianta nativa della famiglia dei gigli, che produce foglie argentee e cadenti, e piccoli fiori color crema. I frutti sono rosso porpora. Cresce sul terreno o sulle rocce
[3] Auē  Espressione di angoscia o sorpresa. il mana è la forza soprannaturaleere, influenza, status, potere spirituale, carisma – oltà, ma che è soltanto colpa della ittiso
[4] Tapu: Sacro, proibito.
[5] Mana: Mana: prestigio, autorità, controllo, potere, influenza, status, potere spirituale, carisma – è l’energia soprannaturale in una persona, un luogo, un oggetto.

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