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Yves Namur, Les lèvres et la soif/Le labbra e la sete

La zavorra della cultura

Chiara De Luca

Una cosa qualsiasi
di più sinestesia e musicale
e l’estasi o il terrore
qui, in questo aereo, al presentire
come tangente al pericolo
sia la vita degli uccelli

Ana Luísa Amaral, Voci

 

“Quando avevo l’età di questi bambini sapevo disegnare come Raffaello: mi ci sono voluti molti anni per imparare a disegnare come questi bambini”. È quel che scrive Picasso a Herbert Read, visitando un’esposizione di disegni di bambini. La cultura è il contrario del nozionismo, dell’erudizione, del citazionismo. È il frutto di un processo di interiorizzazione e decondizionamento che in pochi sono capaci o disposti a compiere, perché molto lungo e faticoso. Per imparare davvero bisogna prima di tutto disimparare. E questo costa immenso impegno e fatica. Nessuno ti può insegnare a sentire e a capire, se non una pantagruelica lettura individuale, la sua lunga digestione, e la necessaria espulsione delle scorie.

Se provvisto della curiosità e del coraggio necessario, spesso chi non ha abbracciato una formazione prettamente letteraria ha avuto il (caro) privilegio di seguire un percorso sui generis. Poiché l’autentico apprendimento, quello più prezioso, avviene sempre al di fuori dei percorsi istituzionali e dei programmi di studio imposti e uni(de)formanti, se il poeta è un goloso autodidatta e un lettore onnivoro potrà crearsi un bagaglio culturale libero in partenza da sovrastrutture, gabbie e pesantezze accademiche. Quando la tradizione l’hai assimilata per curiosità e piacere, piuttosto che per dovere, quando procedi libero dai preconcetti interiorizzati che ci vengono più o meno consapevolmente imposti, di solito riesci a comprenderla più a fondo, ad abbracciarla con più slancio. Quando quello con la letteratura non è un fidanzamento ufficiale in casa della cultura, un matrimonio per procura, riesci di solito ad amarla con più libertà e passione, presupposto per poterti infine affrancare dagli schemi acquisiti, in modo da crearti una lingua tua, originale, come fanno i bambini quando giocano. Perché la poesia è questo: un gioco inesausto con le parole, con il lego delle sillabe, il pongo della sintassi, i pezzi del puzzle del linguaggio, per dare vita a un nuovo manufatto. E come tutti gli altri giochi, la poesia è attività serissima e cruciale nella formazione della personalità dell’individuo.

Per un poeta che è anche un medico, come Yves Namur, che viene a contatto ogni giorno con il dolore, con il lato più fragile e indifeso della natura umana, la professione ufficiale costituisce un valore aggiunto, piuttosto che un impedimento alla ricerca e all’evoluzione letteraria.

È forse anche dalla consuetudine alla cura e all’accudimento del corpo che nasce la paradossale concretezza di questi versi tanto raffinati ed eleganti; è dalla necessità del distacco dalle facili emozioni e dal sentimentalismo volgare che nasce il dignitoso equilibrio di questo volo immobile e radente, che si leva al di sopra di ogni ammiccamento ai facili sdilinquimenti del poetese.

Ma non pensiamo di trovare in Namur tecnicismi, tecnoletti, o parole mutuate dal linguaggio della sua professione, come spesso avviene, con esiti spesso anche interessanti. No, la lingua di Namur è solo quella del bambino che ridispone con estrema serietà e concentrazione i mattoncini della lingua che ha inventato, rimodellando quella dei Padri.

Les lèvres et la soif è di fatto un unico lungo poema. Il Leitmotiv, il fulcro di questo coraggioso volo di parole è l’uccello, che si posa sulle tue labbra, lettore, e su quelle del poeta.

Come un colibrì, la poesia porta la parola di labbra in labbra, per placare la sete di “bocche terrose” assetate dalla siccità del reale.

Al di là della presunzione di molti esseri umani di ritenersi superiori e più evoluti rispetto agli altri animali, il volo degli uccelli (ma anche quello di un ‘semplice’ calabrone) è un vero e proprio capolavoro di cinetica e ingegneria della natura – oltre che di estetica ed equilibrio – inarrivabile per l’uomo. Il volo degli uccelli è una delle cose che – più o meno segretamente – tutti invidiamo, una delle cose che ricorrono più di frequente nei nostri sogni, nelle nostre fantasie, nelle nostre proiezioni, nella trasposizione metaforica che facciamo di noi. Abbiamo tutti nostalgia del volo. Vorremmo tutti seguire l’uccello nelle sue peregrinazioni nel cielo. Avvertiamo tutti il dolore nel punto in cui le ali ci sono state strappate, o dove non hanno avuto modo di spuntare. Perché il cielo è l’altrove di una libertà vera che in terra non si può dare, o è data a un prezzo tanto caro da rendertene schiavo.

Anche il nostro Leopardi, in chiusura dello splendido Elogio degli uccelli contenuto nelle Operette morali, esprime l’impossibile desiderio: “per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita”; perché l’infaticabile creatura “ha maggior copia di vita esteriore e interiore, che non hanno gli altri animali”, “vince di gran lunga tutti gli altri nella facoltà del vedere e dell’udire” e abbonda “di movimento esteriore più che veruno altro animale”. (Giacomo Leopardi, Elogio degli uccelli). L’uccello, che tanto rapidamente passa di ramo in ramo, di casa in casa, che spesso si sottrae proprio quando lo stiamo per afferrare, che s’insinua nella solitudine e nel buio, frullando le ali intrepide e insolenti per riaccendere in noi il desiderio del volo, è la Poesia. Sono le parole alate del poeta, che ci chiede di accoglierle sulle labbra, di ricantarle, di rimormorarle. Di dar loro altro respiro per un volo nuovo, che sia il tramite tra la terra e il cielo.

Tutta l’anatomia degli uccelli si è evoluta come adattamento al volo. I sacchi aerei si incuneano nelle cavità del corpo e si dilatano in base ai movimenti della cassa toracica dell’animale, creando un flusso d’aria in uscita e in entrata. È esattamente quello che fa la poesia, penetrando nel corpo, per farvi accedere il respiro del mondo. E lo fa con fatica e con grande sforzo, e con un immane dispendio di energie, per sollevarsi al di sopra della consuetudine e della noia, della ripetizione imposta nella prigione del reale, per espirare parole che possano stare in equilibrio a filo del verso, donando vita all’armonia del volo, un volo sempre diverso: ora remigato, ora librato, ora ronzante, ora verticale o veleggiato.

A questo sforzo  ciclopico, sanguigno, muscolare, la poesia ottiene in cambio la sua enorme ricompensa: quella “infima ustione” di amare ancora / e ancora”.

“Nessun altro animale sa economizzare il suo tempo e godere la vita meglio dell’uccello”, scrive Alfred Edmund Brehm in Vita degli animali. “L’uccello non conosce noia: il giorno non è mai troppo lungo né la notte troppo breve per questo beniamino della Natura. La sua grandissima mobilità non gli permette di sciupare metà della sua vita dormendo o fantasticando; l’uccello vuole adoperare lietamente e festosamente il tempo che gli è concesso”.

Che altro aggiungere alla definizione di un poeta comme il faut?

 

un oiseau s’est posé aujourd’hui sur tes lèvres,

comme si c’était un infime tremblement de paille
ou de la poussière blanche,

comme si c’était l’haleine d’un songe
ou un charbon de neige,

un oiseau s’est ainsi posé au bord du vide,
au bord de la pensée,

tout au bord du silence,
tout au bord d’un poème entrouvert,

 

 

 

 

 

que le silence t’habite et qu’il nous possède,
que tu entendes ce qu’on n’entend pas encore ici :

un chant d’oiseau,

un chant presque inaudible, trouble et léger
comme sont les feuilles mortes et l’air expulsé de tes poumons,

comme qui dirait un souffle d’être
ou une promesse venue du lointain des hommes,

comme qui dirait un voile, un soupir
ou une prairie de neige,

 

 

 

 

 

ô toi dont je chante le visage sans visage,

vierge
aux mille regards et aux mille lampes allumées,

c’est sur toi que de la lumière s’est posée,
sur toi aussi que sont tombés l’éclair et le chant du céleste,
de la pluie, beaucoup de pluie et beaucoup de prières,

c’est sur toi qu’est venu l’oiseau
du feu, l’oiseau du haut,
l’oiseau du peu,

 

 

 

 

 

ce qu’on appelle un oiseau, ce n’est pas un oiseau,

c’est un voile avec l’oiseau en dessous,
c’est une prairie avec des insectes minuscules,
de la rosée, du chant d’herbe et un voile au-dessus de tout ça,

et c’est aussi du chant d’oiseau,
si lointain qu’on ne sait pas s’il viendra un jour,

ou s’il restera à chanter au centre
du Nulle Part,

 

 

 

 

 

au centre d’un poème,
ce qu’on pense être un oiseau

 c’est peut-être une fine étincelle qui déchire l’air
ou le poème,

 

 

 

 

 

ce qu’on pense être un oiseau, reste lointain
et inaccessible,

et tout cela avance dans le vide,

comme la pensée, comme le poème sans filets
et sans attaches,

comme une prière adressée au vent
et au coeur obscur,

comme une bouche béante
ou un cristal impossible,

 

 

 

 

 

l’entends-tu
qui marche maintenant sur les feuilles du réel
et sur l’annonce de l’aube,

l’entends-tu qui déchire le voile
et frappe le battant de la cloche,

l’entends-tu,
cet oiseau qui prend aujourd’hui le nom de l’oiseau

et marche vers les noces noires
d’un poème,

 

 

 

 

 

prends-moi la main
et creuse tout autour des sept colonnes de silence,
creuse jusqu’au centre,

jusqu’à l’inscription fleurie et illisible,
creuse jusqu’au tréfonds de nous-mêmes,

creuse
comme un oeil céleste, creuse la terre,
creuse dans le poème,

creuse-nous,

 

 

 

 

 

un nuage, de la poussière de verre,
de la pierre blanche ou bien une abeille bourdonnante
et claire,

peu importe ce que c’est,
mais ça sort de terre et ça se tourne vers nous,

et c’est comme si c’était un tremblement de voile
ou des larmes de sel au-dessus de nos yeux,
au-dessus de nos paroles,

comme si c’était de la lumière
ou une haleine solaire*,

*António Ramos Rosa

 

 

 

 

 

et moi,
simple parmi tous les simples du temple,

se puisse-t-il que j’entende maintenant ta voix d’or,
ta voix venue de dehors les murs,

une voix remplie de poèmes,
de pierres noires et de roses volantes dans les airs,

une voix comme il n’y en a pas,
comme peut-être de la lumière ou de l’éclair pur,

 

 

 

 

 

cette voix
qui marche dans les plis du réel,
claire et ouverte,

se puisse-t-il vraiment que je l’entende aujourd’hui
malgré le désordre et la rumeur sauvage,
malgré les ruines et les décombres du temple,

cette voix-là pourrait-elle m’habiter,
pourrait-elle me porter au sommet de la tour,
à la pointe de la montagne,

 

 

 

 

 

lumière, ô lumière chantée
dans le poème du bas,

dans le pré des obscurs
et le verbe des muets,

toi qui t’es posée un jour
sur des lèvres qui se croyaient réelles,

 

étais-tu venue du nulle part
comme je le pensais alors

ou étais-tu là depuis toujours,

silencieuse et ensevelie
dans le coeur foudroyé des hommes,

lumière insoupçonnée peut-être
mais déjà présente,

 

 

 

 

 

ô lumière de l’éveil,

toi
que je chante maintenant à tue-tête
dans le poème,

toi qui t’es posée un jour
sur des lèvres nues et sans vie

comme le fit autrefois l’oiseau
au bord de la fontaine sèche,

avais-tu mesuré
combien était grande ma soif,

combien était réel mon désir
de marcher avec le choeur des hommes,

 

 

 

 

 

un oiseau,

oui,
un oiseau de feu s’est posé au bord de la douleur,
au bord du vide, au bord de l’immense question,

tout au bord d’un poème
qui peinait à venir dans l’étroite maison,

 

un oiseau s’est ainsi posé
sur l’homme que j’étais,

sur le berger sans moutons que j’étais,
sans chien à rappeler vers soi et sans réelle vie,

sur cet homme que j’étais alors,
sans voix ni regard pour regarder au-delà,

 

 

 

 

 

un oiseau s’est ainsi posé sur ma vie,

sur ses doutes
et ses troubles qui se traînaient de nuits trop longues
en poèmes défaits,

une vie sans respirations,
sans étoiles où espérer,

une vie d’histoires sans bruits,
sans réelles histoires,

où vivre n’avait pas beaucoup d’importance,
où vivre n’était que simples apparences,

 

où vivre était marcher sur les chemins creux
et les cendres,

sur les chemins d’oublis, les gisants
et les heures percées de toutes parts,

 

 

 

 

 

un oiseau s’est posé sur mes lèvres

et c’est maintenant un monde nouveau
qui s’ouvre et se met à nu,
à genoux,

comme ma bouche,
un monde enfin se délie
et s’éveille,

un monde jusqu’alors souterrain,
composé d’âmes et de visages errants,

un monde s’est levé

et se lève dans la soif,
le souffle
et les flammes impatientes,

 

 

 

 

 

alors
m’est apparu l’oiseau des fontaines
d’eaux claires,

et il s’est doucement posé
au bord de mes lèvres et de mes yeux
ouverts,

au bord du poème
que je n’avais jamais osé écrire,

 

un oiseau fabuleux,

venu d’un songe
ou d’un temps inexpliqué,

l’oiseau des fontaines s’est ainsi levé
dans ma soif, dans
ma vie,

 

 

 

 

 

et je me demande encore :

qui de l’oiseau
ou du poème que j’écris maintenant,

qui apaisera désormais nos bouches terreuses
et nos rêves de soif,

qui de l’un ou de l’autre
marchera maintenant avec nous dans le Réel,

qui nous portera l’un comme l’autre
jusqu’au céleste,

qui,

 

 

 

 

 

ô toi,
oiseau venu dans mes larmes,

toi
qui marches maintenant dans la pleine lumière
et le regard de l’étendue,

apprends-moi donc à séparer le jour
et la nuit des absents,

apprends-moi à regarder les choses
comme elles doivent l’être,

ouvre-moi le coeur des arbres,
celui des roses et des abeilles fleurissantes,

ouvre-moi,

 

 

 

 

 

mais surtout,

surtout,
ouvre-moi le coeur des hommes simples
et qui souffrent dans l’amer,

de ces hommes qui tremblent
ou ont tremblé devant l’épreuve et l’épée,

ouvre-moi donc le coeur de ces hommes

qui ont marché avec les amours perdues,
les prières et les pierres pesantes,

ouvre-moi ces coeurs défaits
que je leur dise combien est encore possible

aimer

et regarder le Beau,

 

 

 

 

 

toi, l’oiseau posé sur mes lèvres

apprends-moi à parler, à chanter
le coeur ouvert et les mains battantes,

apprends-moi à écrire le poème
des saisons terribles et amoureuses,

apprends-moi à leur dire
combien est douce cette infime brûlure

d’aimer encore
et encore.

 

un uccello ti si è posato oggi sulle labbra,

come se fosse un infimo tremolio di paglia
o della polvere bianca,

come se fosse il respiro di un sogno
o un carbone di neve,

un uccello si è così posato sul bordo del vuoto,
sul bordo del pensiero,

giusto sul bordo del silenzio,
giusto sul bordo di una poesia socchiusa,

 

 

 

 

 

che il silenzio ti abiti e che ci possieda,
che tu capisca ciò che ancora qui non si capisce:

un canto d’uccello,

un canto quasi impercettibile, torbido e leggero
come sono le foglie morte e l’aria espulsa dai tuoi polmoni,

come si direbbe un alito di essere
o una promessa venuta dal lontano degli uomini,

come si direbbe una vela, un sospiro
o un prato di neve,

 

 

 

 

 

o tu di cui canto il volto senza volto,

vergine
dai mille sguardi e dalle mille lampade accese,

è su di te che la luce si è posata,
sempre su di te che è caduto il lampo e il canto del celeste,
della pioggia, molta pioggia e molte preghiere,

è su di te che è sceso l’uccello
di fuoco, l’uccello dall’alto,
l’uccello del poco,

 

 

 

 

 

ciò che si chiama uccello, non è un uccello,

è una vela con l’uccello sotto,
è una prateria con insetti minuscoli,
rugiada, canto d’erba e una vela sopra tutto questo,

ed è anche un canto d’uccello,
tanto lontano da non sapere se verrà un giorno,

o se resterà a cantare al centro
di Nessun Posto,

 

 

 

 

 

al centro di una poesia,
ciò che si pensa essere un uccello

 è forse una sottile scintilla che squarcia l’aria
o la poesia,

 

 

 

 

 

ciò che si pensa essere un uccello, resta lontano
e inaccessibile,

e tutto questo avanza nel vuoto,

come il pensiero, come la poesia senza reti
e senza appigli,

come una preghiera rivolta al vento
e al cuore oscuro,

come una bocca spalancata
o un cristallo impossibile,

 

 

 

 

 

lo senti
che cammina adesso sulle foglie del reale
e sull’annuncio dell’alba,

lo senti che squarcia la vela
e colpisce il battente della campana,

lo senti,
quest’uccello che prende oggi il nome dell’uccello

e cammina verso le nozze nere
di una poesia,

 

 

 

 

 

prendimi la mano
e scava tutt’attorno alle sette colonne del silenzio,
scava fino al centro,

fino all’iscrizione fiorita e illeggibile,
scava fino al sottosuolo di noi stessi,

scava
come un occhio celeste, scava la terra,
scava nella poesia,

scava noi,

 

 

 

 

 

una nuvola, polvere di vetro,
della pietra bianca oppure un’ape ronzante
e chiara,

poco importa cosa sia,
ma esce dalla terra e si volta verso di noi,

ed è come se fosse un tremolio di vela
o lacrime di sale sopra i nostri occhi,
sopra le nostre parole,

come se fosse luce
o un respiro solare*,

*António Ramos Rosa

 

 

 

 

 

e io,
semplice tra tutti i semplici del tempio,

possibile che senta ora la tua voce d’oro,
la tua voce venuta da oltre i muri,

una voce riempita di poesie,
di pietre nere e di rose fluttuanti nelle aure,

una voce come non ce ne sono,
come forse della luce o del lampo puro,

 

 

 

 

 

questa voce
che si muove tra le pieghe del reale,
chiara e aperta,

possibile che la senta oggi
malgrado il caos e il frastuono selvaggio,
malgrado le rovine e le macerie del tempio,

quella voce potrebbe abitarmi,
potrebbe portarmi in cima alla torre,
sulla vetta della montagna,

 

 

 

 

 

luce, o luce cantata
nella poesia di quaggiù,

nel prato delle tenebre
e nel verbo dei muti,

tu che ti sei posata un giorno
su labbra che si credevano reali,

 

eri venuta da nessun dove
come lo pensavo allora

o c’eri da sempre,

silenziosa e sepolta
nel cuore folgorato degli uomini,

luce insospettata forse
ma già presente,

 

 

 

 

 

o luce del risveglio,

tu
che canto ora a squarciagola
nella poesia,

tu che ti sei posata un giorno
su labbra nude e senza vita

come fece un tempo l’uccello
sul bordo della fontana prosciugata,

avevi misurato
quanto era grande la mia sete,

quanto era reale il mio desiderio
di camminare con il coro degli uomini,

 

 

 

 

 

un uccello,

sì,
un uccello di fuoco si è posato sul bordo del dolore,
sul bordo del vuoto, sul bordo dell’immensa domanda,

giusto sul bordo di una poesia
che faticava a venire nella casa stretta,

 

un uccello si è così posato
sull’uomo che ero,

sul pastore senza pecore che ero,
senza cane da richiamare a sé e senza vita reale,

sull’uomo che ero allora,
senza voce né sguardo per guardare oltre,

 

 

 

 

 

un uccello si è così posato sulla mia vita,

sui suoi dubbi
e sulle scorie che si trascinavano per notti troppo
————————————————-lunghe
in poesie sconfitte,

una vita senza respiri,
senza stelle in cui sperare,

una vita di storie senza rumori,
senza reali storie,

dove vivere non aveva molta importanza,
dove vivere era solo semplici apparenze,

 

dove vivere era camminare sulle strade incavate
e le ceneri,

su strade di dimenticanze, le statue funebri
e le ore perforate da tutte le parti,

 

 

 

 

 

un uccello si è posato sulle mie labbra

ed è ora un mondo nuovo
che si apre e si mette a nudo,
in ginocchio,

come la mia bocca,
un mondo infine si scioglie
e si risveglia,

un mondo fino ad allora sotterraneo,
composto d’anime e di volti erranti,

un mondo è sorto

e sorge nella sete,
il respiro
e le fiamme impazienti,

 

 

 

 

 

allora
mi è apparso l’uccello delle fontane
d’acque chiare,

e mi si è dolcemente posato
sul bordo delle labbra e degli occhi
aperti,

sul bordo della poesia
che non avevo mai osato scrivere,

 

un uccello favoloso,

venuto da un sogno
o da un tempo inesplicato,

l’uccello delle fontane è così sorto
nella mia sete, nella
mia vita,

 

 

 

 

 

e mi chiedo ancora:

chi tra l’uccello
o la poesia che scrivo ora,

chi placherà ormai le nostre bocche terrose
e i nostri sogni di sete,

chi tra l’uno o l’altro
camminerà ora con noi nel Reale,

chi ci porterà entrambi
fino al celeste,

chi,

 

 

 

 

 

o tu,
uccello venuto nelle mie lacrime,

tu
che cammini ora nella luce piena
e nello sguardo della distesa,

insegnami dunque a separare il giorno
e la notte dagli assenti,

insegnami a guardare le cose
come le si deve guardare,

aprimi i cuori degli alberi,
quello delle rose e delle floride api,

apri me,

 

 

 

 

 

ma soprattutto,

soprattutto,
aprimi il cuore degli uomini semplici
e che soffrono nell’amarezza,

di quegli uomini che tremano
o hanno tremato davanti alla prova e alla spada,

aprimi dunque il cuore di quegli uomini

che hanno camminato con le amate perdute,
le preghiere e le pietre pesanti,

aprimi quei cuori sconfitti
perché dica loro quanto sia possibile ancora

amare

e guardare il Bello,

 

 

 

 

 

tu, uccello posato sulle mie labbra

insegnami a parlare, a cantare
con il cuore aperto e le mani plaudenti,

insegnami a scrivere la poesia
delle stagioni terribili e innamorate,

insegnami a dire loro
quanto è dolce questa infima ustione

di amare ancora
e ancora.

Traduzione di Chiara De Luca, con la collaborazione di Massimo Sannelli

Yves Namur, Les lèvres et la soif, Éditions Terres Vives 2016

Ne à Namur (Belgique) en 1952, Yves Namur, médecin, éditeur, est l’auteur d’une trentaine d’ouvrages. Ses livres sont traduits et publiés dans une quinzaine de langues et ont reçu de nombreux prix parmi lesquels le prix Louise Eabé, le prix Tristan Tzara, le Prix littéraire de la Communauté française et plus récemment le Prix Mallarmé 2012 pour La Tristesse du figuier, et le Prix international Eugène Guillevic pour l’ensemble de son œuvre. Il est membre de l’Académie Loyale de l angue et de Littérature liançuises de Belgique.

Nato a Namur (Belgio) nel 1952, Yves Namur, medico, editore, è autore di una trentina di opere. I suoi libri sono tradotti e pubblicati in una quindicina di lingue e hanno ricevuto numerosi premi, tra i quali il premio Louise Labé, il premio Tristan Tzara, Il Premio Letterario della Comunità francese e, più di recente, il Premio Mallarmé 2012, per La Tristesse du figuier, e il Premio Internazionale Eugène Guillevic per l’insieme della sua opera. È membro dell’Académie Royale de langue et de Littérature françaises del Belgio.

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